Wallace Stevens, Il mondo come meditazione

Non si può comprendere completamente la poesia Il mondo come meditazione di Wallace Stevens (1879-1955), se non si tiene conto delle parole di Georges Enescu (musicista e compositore rumeno; 1881-1955) che il poeta le mette in esergo: «Ho passato molto tempo a lavorare sul mio violino, a viaggiare. Ma l’esercizio essenziale del compositore – la meditazione – niente l’ha mai sospeso in me … Vivo un sogno permanente, che non si ferma né la notte né il giorno».

Dunque la “meditazione” come sogno permanente che influenza la comprensione del mondo, anzi, viene quasi da pensare che il mondo stesso possa essere un sogno permanente, e che il sogno permanente possa essere un’ossessione, forse anche una mania.

Nella poesia la protagonista è Penelope, e il suo sogno permanente è il ritorno di Ulisse. Tuttavia, la citazione di Enescu e alcune tracce nei versi, suggeriscono che i piani di lettura possano essere molteplici, come del resto si conviene per ogni vera e grande poesia. Certo, la si può leggere per ciò che effettivamente racconta, e cioè l’attesa di Penelope, ma compito della poesia non è il raccontare.

La si potrebbe anche leggere come una dichiarazione di “poetica”, quando cioè la passione per ciò che si fa diviene la chiave di accesso al mondo, e in alcuni casi pure il mondo. Oppure ancora, attenendosi al titolo, che il mondo stesso debba essere considerato una continua meditazione, e cioè che a esso si presti attenzione, che del mondo se ne prenda coscienza, e non lo si attraversi con noncuranza.

 

Il mondo come immaginazione (trad. Massimo Bacigalupo)

 

È forse Ulisse che sopraggiunge dall’oriente,

interminabile avventuriero? Gli alberi sono mondi.

Quell’inverno è lavato via. Qualcuno sta muovendo

 

all’orizzonte e alzandosi sopra esso.

Una forma di fuoco avvicina le cretonnes di Penelope,

la sua mera selvaggia presenza anima il mondo che abita.

 

Ella ha composto così a lungo un io con cui accoglierlo,

una compagna all’io di lui, come li ha immaginati,

due in un profondo proteggersi, amico e amica cari.

 

Gli alberi erano mondi per l’essenziale esercizio

di una meditazione inumana, più vasta della sua.

Nessun cane di vento l’aveva vegliata la notte.

 

Non voleva nulla ch’egli non potesse portarle venendo solo.

Non voleva cose. Le braccia di lui le sarebbero state collana

e cintura, fortuna ultima del loro desiderio.

 

Ma era poi Ulisse? O era il calore del sole

sul guanciale? Il pensiero le batteva dentro come il cuore.

I due continuavano a battere insieme. Era solo il giorno.

 

Era Ulisse o no. Ma essi si erano incontrati,

amico e amica cari e l’incoraggiamento di un pianeta.

Il vigore barbaro in lei non si sarebbe mai spento.

 

Soleva parlare un poco fra sé nel pettinarsi,

ripetendo il nome dalle sillabe pazienti,

mai dimenticando lui che continuava tanto ad avvicinarsi.

 

È sicuro che questa poesia parli di Penelope – come dubitarlo? – ma non può parlare soltanto della sua nostalgica, e per qualcuno pure patetica, attesa del suo uomo. Perché affermare allora che la sua «selvaggia presenza anima il mondo che abita»? Perché dire che «Il vigore barbaro in lei non si sarebbe mai spento»? Proprio come se fosse posseduta da una sorta di “mania”, la stessa in fin dei conti che può portare alla follia oppure (per il Platone del Simposio e del Fedro) a una particolare forma di conoscenza.

E tuttavia, in un racconto contenuto in un prezioso libro di Daniele Del Giudice dal titolo, per l’appunto, di Mania (1997), si legge: «Mi piacerebbe condurti fino al punto in cui si smette di capire, si smette di immaginare; vorrei condurti dove si comincia a sentire».

E Stevens, in un altro luogo scrive: «Il soggetto della poesia non è “l’insieme di oggetti solidi e statici che si estendono nello spazio”, ma la vita che è vissuta nel luogo che essa crea; la realtà, dunque, non è quel luogo esterno ma la vita che vi si vive». Quindi, tra i vari piani di lettura, converrebbe inserire non il racconto di Penelope, ma il suo sentire, che in fondo è paradigma (certamente sovraesposto) di come sarebbe più consolante e pregnante attraversare il mondo. Magari anche, ogni tanto, fermandosi.

Wolfgang Laib, Polline di nocciola