Vassilis Vassilikos, “Poesie dall’esilio”, Argo 2003

Vassilis Vassilikos è autore di numerosi romanzi, ma fu sicuramente Z (ed. or. 1967, I ed. italiana 1969 con il titolo Z L’orgia del potere) a dargli notorietà internazionale, grazie anche al successo della trasposizione cinematografica che ne fece il regista Costa-Gavras.

Vassilikos è anche poeta, per quanto sembra preferire la narrazione considerandola meno elitaria, più adatta a una comunicazione immediata e vicina alle persone. Tuttavia, fu proprio a lui, quando nel 2001 era ambasciatore dell’UNESCO, che si deve la proclamazione del 21 marzo come giornata mondiale della poesia.

Quindi se è vero che è il romanzo a dare la possibilità di ospitare argomentazioni in grado di convincere dev’essere altrettanto vero che alla poesia riserva un compito differente, non certo marginale. Tant’è che fu durante la dittatura dei colonnelli, iniziata il 21 aprile 1967 e terminata il 24 luglio 1974, che Vassilikos in esilio compose 7 plaquettes decisamente intense e assolutamente avvicinabili, poi raccolte nel 1974 in un volume intitolato Láka-Súli. Poesie dell’esilio, 1967-1973, dal quale è tratta la traduzione italiana a cura di Tino Sangiglio per i tipi della leccese Argo (2003). Come se proprio alla poesia avesse voluto consegnare il suo più intimo stato d’animo, la possibilità di poter condividere l’esperienza estrema dell’esilio:

Epilogo (da Incontro con il sole – 1972)

E nondimeno non esiste poesia
là dove non c’è speranza.
Tutti i grandi poeti
erano grandi ottimisti
che sapevano con esattezza
la lunghezza di ogni tunnel,
l’estensione di ogni solitudine.

Da questo volumetto mi limito a segnalare un’altra poesia tratta dalla plaquette del 1970, Bella ciao.

La vista dalla finestra

1
Notte venerabile.
Gli esperti non sono venuti.
Impenetrabile è rimasta la boscaglia del versante
con gli infuocati cespugli della passione.
Pali telegrafici senza nervature
comunicano con il caos.
E indomiti cani da caccia
stanano
le pernici dell’ingiustizia
che con rossi artigli
crocchiano
nella fonda corrente.

2
Il palmizio resta lontano
dalla strada, dai gas di scarico
degli autobus, dagli investimenti
dei piccolo-borghesi, dagli scioperi
degli edili. Chiuso nel cortile,
come prigioniero politico,
lascia una a una le foglie cadere
mentre altre sbocciano dalla cima
fino a superare i tetti
nell’istante stesso in cui le sue radici
s’allungano sulla strada complicando
la circolazione.

3
Il palmizio dona tetti
a invisibili uccelli che manifestano
la propria presenza con stridule
voci. Sono ingiallite le sue foglie.
L’unico verde che resta ancora sul suo corpo
è l’edera, parassita della memoria,
che fiorisce quando la vita poco a poco se ne va.

L’immagine è di Gustave Caillebotte, Giovane uomo alla finestra, 1875, part.