Un’indagine (anche) etica: Marco Furia su “Il nascosto dell’opera” di Angelo Andreotti, Italic, 2018

“Il nascosto dell’opera”, di Angelo Andreotti, è intenso testo, frutto di feconde meditazioni, le cui cadenze hanno “la forma del frammento, e dunque di un dire che non trova pace se non rassegnandosi alla sua inadeguatezza”.
Mancanza di fiducia nel linguaggio?
Direi, piuttosto, consapevolezza della sua natura.
Infatti, se è vero che
“Ovunque andiamo, qualunque spazio esploriamo, noi organizziamo”
dobbiamo riconoscere, nondimeno, come questa nostra capacità d’impostare una comune visione del mondo partecipi della stessa mutevolezza del vivere: l’esistenza, attimo dopo attimo, non è mai uguale a se stessa anche se l’idioma tende a riproporre i propri schemi.
Espresso così, in maniera esplicita, un rilevante punto di vista, il Nostro entra nello specifico di una trattazione il cui argomento è il rapporto con l’opera d’arte considerato nei suoi molteplici aspetti.
Aspetti che, emergendo via via, non possono essere inseriti in un definitivo catalogo: il “nascosto dell’opera” è ciò che è destinato a seguitare affiorando.
In simile àmbito, soggetto, risultato del lavoro artistico, spazio e tempo esistono l’uno con l’altro e pure l’uno nell’altro.
Cito a questo proposito:
“Quel che so è soltanto questo: che l’opera mi sta conducendo dove perennemente sta iniziando qualcosa, nel regno del nascente, nel limite in cui essere e non-ancora-essere, pensato e non-ancora-pensato, si stanno guardando e si confrontano nella dimensione della diversità. Nella disgregazione della separatezza dei tempi”.
Vivendo, in maniera intensa e lucida, un’empatica “diversità”, l’autore procede per frammenti la cui intima coerenza è davvero pregnante.
Lo dimostrano, ad esempio, le seguenti pronunce:
“Come a dire che la conclusione è il sentiero camminato per raggiungerla”
e
“L’opera apre spazio, e fa mondo in cui cercare e trovare si identificano, si soddisfano, ma non si esauriscono”.
E c’è, in più, un’empatia reciproca:
“Solo attraverso me, imparando da me, l’opera diventa quello che è”.
L’“inadeguatezza” del linguaggio può indurci a erronee generalizzazioni: chi è conscio del “nascosto” ha il compito di entrare tra le pieghe verbali rivelando emozioni, sensazioni, pensieri, in una parola mondi, che altrimenti correrebbero il rischio di rimanere occulti.
Quanto ai generi, mi pare che (se ce ne fosse ancora bisogno) l’intero testo mostri in modo convincente come rigidi concetti di filosofia, saggistica, prosa e poesia siano schemi superabili: certi steccati, spesso, sono davvero d’impaccio.
Mi sia concessa un’ultima citazione:
“L’opera è soggetto e oggetto simultaneamente, per questo è come se fosse in mezzo tra me e l’oggetto che è”.
Il “nascosto dell’opera”, per Angelo, è il nascosto dell’esistere?
Senza dubbio e la non implicita valenza etica della sua appassionata, perseverante, analisi mi pare si commenti da sé.

Marco Furia

Qui l’originale: http://rosapierno.blogspot.com/