Una mia intervista a cura di Giuseppe Ferrara

Dal sito del Gruppo Scrittori Ferraresi (https://scrittoriferraresi.wixsite.com/ippogrifo/single-post/2017/10/06/Intervista-ad-Angelo-Andreotti), ringraziando Giuseppe.

Domanda (D)- Caro Andreotti come è nello spirito della rubrica, NeroBianco, che ci ospita cerchiamo subito di mettere… nero su bianco una cosa: è vero o non è vero che la poesia non vende? Forse il pubblico non compra poesia, se non i classici, perché non c’è una offerta di buona poesia?
Risposta (R) – Ti dirò che non ho mai capito se la poesia non si vende perché non interessa, o perché non si trova nelle librerie. E non ho mai capito se non si trova nelle librerie perché la poesia non piace e quindi non si vende, o perché quel poco che si trova (quando lo si trova) è generalmente sempre lo stesso nei grandi circuiti commerciali di tutto il territorio nazionale. La maggior parte della poesia, buona e cattiva, è in mano alle piccole case editrici che poca forza hanno per imporre i loro libri, quindi lasciano quasi sempre in mano tutto all’intraprendenza dell’autore. La mia piccola esperienza mi dice che poche
copie vengono vendute attraverso i circuiti tradizionali, e un po’ di più i quelli online. D’altra parte la poesia è in libri che ti vai a cercare frugando nei posti più impensati, o perché hai trovato qualcosa di interessante qua e là, e una volta che hai trovato il libro da leggere devi anche trovare dove poterlo comprare. Anche le presentazioni dirette dei libri sono poco soddisfacenti sotto l’aspetto della vendita. Tuttavia, se il libro lo si fa parlare all’interno di un discorso più ampio, per esempio in un seminario che mette in campo i suoi argomenti e i suoi temi, senza per l’appunto che il libro sia protagonista, la risposta del pubblico è assai diversa.

Vorrei poi aprire un altro versante del problema, ma lo accenno soltanto. In Italia si pubblicano una quantità impressionante di libri di poesia, quindi tendenzialmente ci deve essere una quantità impressionante di “poeti”. Se questi “poeti” comprassero almeno un libro di poesia al mese, probabilmente il mercato non sarebbe ridotto così male. Il fatto è che, e non sono l’unico a dirlo e neppure il primo, i “poeti” non leggono i poeti.
D- Quello che dici è verissimo ma – è inutile ricordarlo- questa è una città che ha accolto nelle sue mura uno di quei piccoli miracoli culturali che raramente accadono nella storia: la contaminazione di lingue e linguaggi e l’inclusività nel rispetto di una tradizione. Parlo, evidentemente, del passato rinascimentale ma (cosa meno conosciuta) del più recente momento storico legato alla Civiltà delle Macchine. Ferrara davvero racchiude in sé lo spirito di Anfione e quello di Prometeo.
R- Penso che il problema non sia neppure questo. Penso che sarebbe tempo di fare in modo che i due spiriti, quello di Anfione e quello di Prometeo, tornassero a essere un unico spirito. Bisognerebbe uscire da un Positivismo che ha già creato più di un secolo di danni, ma questo è un discorso che non può
risolversi in due batture senza rischiare la solita retorica che, curiosamente, viene anche cavalcata dai grandi editori, chiaramente se l’autore è una griffe.
D- In questo deve fare un certo effetto avere un ruolo come il tuo, quello di Direttore dei Musei Civici di Arte Antica: da sempre sei impegnato nella promozione di artisti contemporanei, per non parlare delle iniziative di Palazzo Bonaccossi con il Conservatorio di Ferrara. Ecco, come ci si sente in questa veste di …mecenate (senza portafoglio) pubblico?
R- Be’, mecenate proprio no… La mia idea di museo coincide con quella di molti altri, nessuna originalità, anche se è vero che i primi tentativi li ho fatti una ventina di anni fa quando dirigevo Palazzo Bellini di Comacchio. Basta fare alcune constatazioni veramente elementari. Siamo esseri abitudinari, e generalmente quando ci appassioniamo a qualcosa quel qualcosa diviene totalizzante, escludente il resto che spesso non sappiamo se ci piaccia o no, semplicemente lo ignoriamo. Per esempio e banalizzando, se mi occupo di arte contemporanea non m’interessa l’arte rinascimentale, forse la musica contemporanea ma quasi certamente non quella classica, forse sono anche un lettore distratto però magari amo i fumetti. I musei sono vecchi e poco ospitali (e in parte è ancora vero), ma se li apro per ospitare mostre d’arte contemporanea, o un concerto di musica barocca, o la presentazione di un libro, un reading di poesia, ecco che quel pubblico probabilmente scopre un mondo nuovo e, chissà, torna a visitarlo per suo conto. Rendere il museo uno spazio relazionale è la cosa alla quale punto di più. Ferrara ha risposto benissimo, anche troppo bene, al punto che si fanno così tante iniziative che bisogna avere il fisico per parteciparvi. E qui c’è il rovescio della medaglia, che mi sta dando da pensare. Il pensiero non è maturo, quindi ancora lo tengo per me.
D- Torniamo per un attimo alla poesia. A me piace fare questa distinzione tra poesia che Si legge e poesia che Ti legge: la tua senza dubbio è una poesia del secondo tipo nel senso che c’è sempre “una parola” che chiama il lettore. Chiamare ha a che fare con il canto e infatti la tua ultima raccolta è molto…cantata. Il verso è più ricercato anche formalmente. Come e perché c’è stata questa evoluzione, diciamo dalla scrittura al canto?
R- La poesia si legge, ma quando si legge lo si deve fare ad alta voce, certamente non solo con la mente:
con la voce senti le stonature, se il ritmo funziona o non funziona. Meglio Sempre caro mi fu quest’ermo colle o Quest’ermo colle mi fu sempre caro o, peggio, Questa collina mi è sempre stata cara? Solo così ti rendi conto dell’importanza del suono della parola. Siamo abituati a prendere in  considerazione della parola soltanto il significato concettuale, e ciò può andare bene per alcune scritture, forse anche per tutte a eccezione però della poesia. La poesia non è andare a capo ogni tanto. Dentro ci sono indugi, timbri di voce differenti, ritmi da rispettare, sospensioni, scansioni. Tutto questo lo capisci soltanto rispettando lo spartito (non è difficile, basta prestare attenzione) e leggendolo ad alta voce. Devi accoglierla dentro al tuo respiro perché la voce si appoggia al respiro, anche al ritmo del cuore, deve interrompersi nel punto esatto per restituire un senso. Inoltre la voce è il vibrare interno del tuo corpo,
e allora se la usi leggendo ti accorgi che la poesia è anche corpo. Ed è interpretazione: fai leggere una poesia a dieci persone diverse, avrai dieci manifestazioni differenti di poesia. Questa è la sua ricchezza.
Come è la sua ricchezza quella di leggerla in momenti differenti della tua vita, e scoprirvi cose che non avevi visto, sentito emozioni che non avevi sentito… Ti segue, a te si adegua se, e soltanto se, la rispetti.
La vera poesia è aperta al lettore. Se l’autore la chiude, non lascia posto al lettore, allora qualcosa viene a mancare, non è più poesia, ma autocelebrazione. Non serve. Pensa un po’ che l’Odissea ancora continua a parlarci, o Dante, Leopardi…
D- Cosa ricordi del tuo primo verso o della tua prima poesia? (senza fare distinzione tra letto o scritto)
R- Non ho alcuna idea del perché, ma mio padre aveva l’abitudine di farmi recitare davanti a un registratore “Geloso”, quello con le bobine, le poesie (tante) che la maestra mi faceva imparare a memoria. Ero intimorito da quell’arnese che mi restituiva una voce che non riconoscevo. Questo il ricordo delle mie prime poesie lette. Anche il più tenero. Allora lo vivevo quasi come un compito e, a volte, quasi una punizione. Eppure… sono molto grato a mio padre, operaio alla Montedison che ancora si ricordava parti dell’Odissea a memoria, e la richiesta di prestargli l’Odissea fu l’ultimo suo desiderio.
D- Come hai “salutato” il tuo primo libro?
R- Con molto imbarazzo, ed era una raccolta di racconti dal titolo Polaroid. Non lo sottoposi in lettura a nessun editore, non pensavo dovesse avere l’ufficialità del libro, così lo feci stampare dalle Industrie Grafiche di Ferrara nel 1999. Non ricordo quante copie ne tirai, ma non molte. Nessuna distribuzione.
Semplicemente sceglievo i lettori e, salvo rare eccezioni, consegnavo le copie a mano. Nonostante questa distribuzione quasi carbonara, ricevetti lettere davvero molto lusinghiere che ancora conservo.
Fu anche recensito da Alberto Cappi, e Paolo Valesio mi chiese un racconto da pubblicare su Yale Italian Poetry, la rivista di italianistica dell’Università di Yale. Insomma, un successo vista la proceduta. Due anni
fa un’amica recentemente scomparsa, Patrizia Garofalo, quasi mi strappò il libro di mano per darlo a Book Salad, l’editore di Anghiari, e farne un libro. Così ora è pubblicato con tutti i crismi, l’introduzione di Flavio Ermini, la postfazione di Patrizia, e l’aggiunta di qualche altro racconto inedito che scrissi a
ridosso di Polaroid. Adesso titolo è Il guardante e il guardato.
D- C’è un aneddoto raccontato da Valery su un dialogo avvenuto tra Mallarmè e Degas ( quindi che coinvolge due ambiti che ti sono familiari) nel quale il Poeta ricorda all’Artista che la poesia si fa con le parole e non con le idee. Allora Poesia di idee o di parole?
R- È l’annoso problema che imbriglia ancora la poesia italiana, poesia di pensiero o poesia di sentimento, Dante o Petrarca. Distinzione assai inutile, assolutamente cartesiana nell’impianto. Per natura sono contrario ai canoni che molto di moda vanno tra i critici. Mi irritano. Tassonomia e nient’altro,
standardizzazione, incasellamento del non casellabile, compilazione di liste e deresponsabilizzazione del giudizio. Troppi poeti, scrittori, pittori, ecc., sono stati e vengono tuttora penalizzati solo per il fatto che non rientrano nel canone. Personalmente penso soltanto questo: che la poesia sia un’esperienza
conoscitiva, e che la conoscenza non è un bene soltanto della razionalità. Anche un’emozione come, per esempio, la compassione può avere, e assolutamente ha, un suo valore conoscitivo.
D- Rilke ma anche Walcott. Cos’altro (ammesso che questo sia poco) tra i tuoi gusti e nella tua formazione?
R- Sono un lettore accanito di poesia, perché mi piace, perché prima si impara a leggere e poi a scrivere, perché è necessario confrontarsi con gli altri. Detto questo, ci sono poeti sui quali ritorno continuamente, leggendoli a distanza di tempo e quando non trovo stimoli. Oltre ai due che hai nominato, fermandomi al Novecento, ce ne sono tanti altri che cito a casaccio e soprattutto quelli che rileggo più spesso: Bonnefoy, Eliot, Celan, Thomas, Stevens, Milosz, Brodskij. Fra gli italiani, senz’altro Luzi e Caproni. Questi sono quelli non che sento necessariamente più affini, ma quelli che mi aprono incessantemente mondi in cui posso entrare con il mio passo.
D- Avendo a che fare per motivi pubblici e privati con tutte le forme del linguaggio e sapendoti impegnato anche con l’Accademia del Silenzio, come fai a coniugare appunto linguaggio e silenzio e come avviene se avviene una sintesi o una rottura?

 

R- Al tema del silenzio ho dedicato un breve saggio pubblicato da Mimesis, Il silenzio non è detto, e già il titolo dovrebbe rispondere alla domanda. Ti dirò che in parte sto già lavorando su un altro breve saggio che in fondo parla anche di silenzio nella dimensione ontologica ed etica dell’ascolto. D’altra parte tu,
che sei poeta ma anche un fisico, sai meglio di me che il silenzio non esiste come fenomeno fisico.
D- Vorrei domandarti “quale poesia ai tempi di twitter?”, ma estendo la domanda: Quale Arte ai tempi di twitter, ai tempi cioè del “velocilismo”? Quale Arte soprattutto in termini di produzione, promozione e di fruizione?
R- Un’arte che, appunto, se ne freghi di twitter, che abitui le persone alla lentezza, alla pazienza, al mistero della poesia che è quella dimensione dell’arte che insegna che non tutto si può capire, ma molto può essere “sentito”. Andare controcorrente è un esercizio buono per la poesia, per quanto andare contro corrente ancora non basta per fare poesia. In ogni caso la poesia va guadagnata: per leggerla o scriverla occorre la stessa disciplina, cambia soltanto la direzione.
D- A proposito di questo credo che uno dei tuoi prossimi impegni sarà…l’opera della vita, nel senso che la sua realizzazione ti sta accompagnando da un bel po’: sto parlando del Nascosto dell’Opera che ho avuto l’onore e il piacere di leggere in anteprima: grazie per questo. Ti lascio un lungo spazio bianco per parlarcene (contravvenendo in parte allo spirito della rubrica: Isabella mi perdonerà)
R- Isabella non avrà bisogno di perdonarti: sarò brevissimo. Certo, è un’opera di riflessione sull’opera d’arte, intesa nel suo senso più ampio, che ho iniziato nei primi anni Novanta e fu pubblicata per la prima volta nel 1997. Successivamente ci sono tornato sopra moltissime volte, tagliando, riscrivendo e aggiungendo, integrando e modificando anche a seguito delle numerose letture man mano fatte, ma anche in funzione dei cambiamenti di prospettiva che la vita ti porta a fare. L’anno scorso un piccolo brano è stato pubblicato su Anterem, e quest’occasione mi ha convinto a chiudere quella che stava diventando una riflessione infinita. Quindi per me ora è conclusa e dovrei decidermi a pubblicarla. Se ancora non lo faccio è per rispetto nei confronti dell’eventuale, e malcapitato, editore: se dovesse collezionare dieci lettori paganti sarebbe già un successo.

Il quadro è di Daniela Carletti, Alla luna.