Tiberio Zucchini, fotografo

 

Quando una stanza è da sola, abbandonata, sospesa in un tempo ormai senza più una direzione, e costantemente ferma dentro sé stessa, a cosa mai potrà pensare se non a ciò che è già accaduto? Anche quando sembra in attesa, per esempio con una sedia abbandonata, è molto probabile che non sia veramente in attesa. Quella sedia abbandonata è soltanto il frutto di un gesto, non il suo senso perché le cose, per averlo, debbono essere toccate dalla vita.

In fondo una stanza disabitata mostra tutto ciò che è già stato, e quel che si può vedere sono gli oggetti rimasti, che sono per l’appunto i pensieri della stanza assediati da un tempo esitato, e tutto quello che resta non ha più corpo, ma è il ricordo di qualcosa che non c’è più, talvolta che non c’è ancora. Una stanza da sola ha un vago ricordo del passato e un futuro completamente risolto in un’attesa assoluta. E tuttavia, nel momento preciso del presente c’è il vuoto. L’assenza. La dimenticanza.

Quella sedia di profilo, piantata lì in quel modo, abbandonata, non è quasi più una sedia, ma il gesto di qualcuno che l’ha spostata (forse anche malamente) perché era tra i piedi, dunque è un pensiero fatto da qualcun altro, per quanto distrattamente.

Quando la stanza è sola vive di questi pensieri che restano nell’aria come un gesto, pensati continuamente, senza tregua, quasi in eterno o appartenenti a un tempo parallelo. Poi qualcuno passa, vede questi pensieri, e ne fa una storia. Ne può fare anche una fotografia, ma la fotografia è sempre un’altra stanza con un’altra storia.