Su di me

Angelo Andreotti (A tempo e luogo, ma prima ancora Dell’ombra la luce) ha versi di elegante misura, che scrutano le pieghe e i tremori del visibile, e sanno mettersi in ascolto dei silenzi. Del resto una bella sua plaquette di pensieri e aforismi si intitola Il silenzio non è detto, e ha per sottotitolo Frammenti da una poetica. Una ricerca poetica, la sua, che è interrogazione di quel che è essenziale. […]

Due gli aspetti centrali dell’intera silloge […]. Da una parte il mondo della liminalità, vale a dire di tutto ciò che s’identifica a livello simbolico nella forma della soglia, del margine, del limite ovvero di uno spazio che, paradossalmente, è un non-spazio, privo di identificazione e caratterizzazione proprie essendo, per sua collocazione, un avamposto sincretico di prima e dopo, di qua e di là, degli elementi che trova a congiungere e, al contempo, limitare. La poetica di Andreotti è un mare magnum di espressioni che con perizia e ricorrenza s’imperniano nella meticolosa resa di immagini e situazioni nella forma di un limite: un varco da passare, un baratro sconosciuto, un abisso provvidenziale, un’apertura potenzialmente salvifica. […] Il fiume […] diviene allora la forma più esplicita di questa rabdomantico percorso di fuga, ricerca e crescita che si compie in quei momenti in cui l’animo del Nostro libra flessuoso o salpa convinto, piuttosto di arrendersi all’evidenza di un dubbio insolvibile. “È che in fondo tempo e fiume si assomigliano:/ entrambi scorrono/ restando/ nel punto esatto da cui se ne sono andati” annota Andreotti, anticipando quello che è il secondo nucleo tematico: il tempo.

Angelo Andreotti non «referenzializza», se così possiamo dire, il letterario, se consideriamo con questa dizione il genere innico che va dal Canti di Leopardi e gli Inni di Hölderlin ai giorni nostri che abitano il post-moderno e la post-poesia, ma non nel senso di dire l’equivalente o il complementare di un territorio linguistico quanto di dire oggi il campo di devalorizzazione del poetico, dato che la «risposta poetica» di Angelo Andreotti non è il «letterale», ne deriva che ciò che non fa più questione è qui trasfigurato in figuratività e in figurazioni enigmatiche in quanto l’enigmatico è ciò a cui è rivolto il discorso poetico, quel lato che è nascosto alla dicibilità per una latenza implicita della forma-poesia, che si esprime in «variazioni», in allusività e in indirezioni di significato. Del resto, il carattere «astratto» di queste poesie non sarebbe altro che il corollario stilistico quale «legge di complementarità» che regge questa genere di ricerca letteraria. Ciò è proprio di un discorso alto-retorico che incorpora, nel testo, il contesto implicito dando al lettore una impressione di metaforizzazione complessiva del testo.

Con A tempo e luogo, Angelo Andreotti presenta una vivida raccolta tesa a richiamare poeticamente entità diverse mai ritenute contrapposte. Può il piccolo contenere l’immenso? Può l’attimo essere eterno? Si può pensare il non ancora pensato?
Non esistono risposte di ordine logico a simili quesiti, poiché lo stesso porli implica frequentare territori in cui il nesso di causalità ha perduto ogni tirannico potere: il “perché”, non escluso a priori, per il poeta è una delle tante maniere di prendere in considerazione il mondo. Leggo a pagina 10: “La voce del sonno fu richiamo / scagliando il tempo sulla schiena del sogno”. Soltanto nel “sonno” “La voce” può scagliare “il tempo sulla schiena del sogno”? Non è forse vero che l’esistenza, con la sua naturale apertura sul possibile, possiede analoghe capacità? D’altronde, “Nella sua solitudine la mente / numerò il tempo”: il tempo, senza dubbio è un importante modello, ma non è una necessità
precostituita, poiché il suo statuto (come, in àmbito scientifico, ha mostrato Einstein) può essere modificato.

Si tratta di un’ineffabile energia che emerge tra e nei vocaboli, energia di cui l’autore è ben conscio e di cui rende linguistica testimonianza: per lui l’arte del racconto non consiste nel semplice rappresentare, bensì nell’essere con tutto sé stesso in un guardare e in un dire che, pur mantenendo le proprie specificità, tendono a coincidere nella dimensione ulteriore di una scrittura articolata e originale. In simile àmbito, le percezioni visive e le parole si sviluppano secondo sequenze in cui gli ordinari modelli vengono modificati con creativa attitudine non immemore, a mio avviso, di certe esperienze della letteratura francese del secondo dopoguerra (nouveau roman).

Il compito del linguaggio metaforico della Poesia così egregiamente assolto qui, da (e grazie a) Andreotti, è dunque “solo” quello di mischiare il mondo alle parole, l’esatto contrario di quello che fa il linguaggio analitico della Scienza che vuole appunto separare il mondo dalle parole. Frammento dopo frammento.
La Poesia a differenza della Scienza racchiude in sé i tre modi cognitivi dell’essere umano: quello analitico, quello sintetico e, non ultimo quello profetico. E questa capacità della Poesia viene tutta mostrata nella sua potenza senza essere veramente detta; mostrata, nascondendola sapientemente, nelle orbite della seconda parte della raccolta. Numeri (titoli) che non contano (dicono) nulla ma che si rac-contano spazio e tempo, mischiando mondo e parole.

Nonostante tornino frequenti alcune parole (casa, stanza, sentiero, finestra, soglia), a mio avviso è l’albero che meglio significa tra i suoi rami la poetica di questo libro. Albero che raccoglie voli dai quali è smosso, che respinge, che si piega nel vento e che alza braccia al cielo, che vede il seme nascere e crescere, il tronco diventare grande e creparsi di rughe, nudo d’inverno e aperto alla rinascita di nuove foglie. Scandisce il tempo che non sappiamo dire, accoglie abbracci, giochi, baci respinti e desiderati. È tempo, anzi, è la pelle e l’anima del tempo che odora di secoli, di attimi, di ora e di allora, di sempre.
[…] l’albero / nonostante il vento e la calma di vento, / a tempo e luogo finché vita dura.

La chiave è stata persa o gettata via? E la sua ricerca sarà fruttuosa? Come dirlo? Il poeta, dopo le prime due lasse, abbdandona gli indugi e vola “Ben oltre lo sguardo”, E cosa si vede? Cosa si vede, quando si scavalcano con gli occhi i cancelli e i muri di recinzione e si va senza remore e paure? Si vedono gli oggetti abbandonati, che sembrano “volti sciupati”; si vedono le loro smorfie, imploranti un contatto, un soffio d’attenzione che possa liberarli dalle loro solituridini. È questo che, oltre lo sguardo, gli occhi del poeta scorgono e mettono in parole.

È una poesia sommessa, ricca di tonalità e di movimenti allegorici quella che segna l’ultima silloge di Angelo Andreotti A tempo e luogo. Una poesia che lascia affiorare ricordi e riflessioni tra parola e silenzio, un colloquio ininterrotto di pensiero e liricità. Una poesia conscia dell’esistente, dell’essenza dell’esistenza e quindi rimandante a ciò che ci circoscrive, ci avvolge e ci domina: il tempo e lo spazio. Tempo e spazio coniugati nella dimensione personale dell’autore, dal suo giudizio ed esperienza umana e poetica.

Sono le cose o gli altri che guardano e costruiscono la personalità del guardante o il movimento è al contrario? Il primo racconto, che l’autore afferma essere l’unico con radici autobiografiche, “Pudore”, situa l’azione in una clinica o in un ospedale. Sul letto giace in stato d’incoscienza una persona. Lo sguardo del visitatore si posa con insistenza sull’arredamento per poi fissarsi sul viso immobile del malato. Ogni paragrafo sancisce l’identità esteriore del visitatore: un ‘Lui’ che entra nella stanza, una ‘Lei’ l’infermiera che esce. Poi gli oggetti: ‘Sulla sponda del letto’; ‘Sul comodino’. Si costruisce in questa minuta attenzione ai particolari esteriori una perdita della vista esteriore, che si trasferisce e si trasforma in vista interiore. Poi lo sguardo si posa sul volto. Un paragrafo straordinario sancisce l’inversione della vista: “Ma se questo è il tempo del dolore, non è ancora il tempo della sofferenza, quella che poi lo sveglierà di notte, con lo sguardo fisso nel buio a trattenere il respiro che non rubi l’aria a quel ricordo, che non lo smuova, che non lo soffi via.” E di fronte a quel viso immobile si racconta il senso della vita: “La vita è scandalo. Pensa”. Così il racconto procede con un attentissimo uso degli incipit, che insistono tutti sulla disposizione di vocali e consonanti. Due volte appaiono i miti e le possibilità del dire: le parole. “Le parole scandiscono il tempo del tempo, ne afferrano gli istanti e li vestono di significati. Si fanno ascoltare da chi le argina tra un attimo e un altro, nella pausa di un silenzio.” Non sono moltissimi gli autori oggi che sanno così sapientemente mettere in gioco il senso del narrare e l’uso delle parole: attraverso lo sguardo di chi è guardato e di chi guarda.

Angelo Andreotti è un poeta colto. Si avvertono, nelle sue scritture, oltre alla passione per il dire poetico, anche tutte quelle capacità che derivano da un lungo e paziente esercizio di studio del mezzo espressivo. E dunque, all’interno di forme classiche, con linguaggio alto, si può facilmente notare l’esito di un meditato lavoro di equilibratura degli esiti sonori e ritmici in una interessante convergenza fra scelte lessicali e appropriate cesure dei versi. […] Un enigma, come avverte Duccio Demetrio nella postfazione, lirico e filosofico insieme. Da un lato la luce come fattrice della visibilità del mondo e del suo racconto e dall’altro l’ombra come misterica fonte di comprensione, insieme composte nelle loro declinazioni naturali, narrate sotto lo stesso cielo e mai completamente separate. Anzi, propriamente, rese inscindibili dallo stesso pensiero che prova a definirle.

Siamo vicini a certe riflessioni di Jacques Derrida sui temi del visibile e dei sensi. Eppure Andreotti risolve le cose a suo modo nella scrittura. Ci sono linee di fuga inattese accanto a trame ora intricate ora del tutto semplificate. È un mondo ce si intreccia e si stacca dallo sguardo, che coglie i momenti dell’umano sentire ma resta in un qualche modo impermeabile ad ogni descrizione fenomenologica delle cose che vi accadono. In questo senso si produce una scrittura “en rallentì”: tanto più netta la visione tanto più la realtà si sfuoca in un’atmosfera come di sogno sognato per restituire alla fine la sacralità negata dell’esserci dell’uomo.

Diciannove racconti accompagnano il lettore, attraverso una scrittura limpida, analitica, a
guardare la realtà e a divenire nello stesso tempo oggetto dello sguardo. Misurarsi con sé ascoltando l’altro è l’esito di un flusso di pensiero a contatto con una concretezza che conduce immediatamente, come in un rifugio, nell’astrazione. E uomo e contesto diventano un unicum.

Queste narrazioni ci parlano di uno sguardo che prende-insieme, ma non conserva ciò che è colto. In esse, infatti, si intravede l’assenza di fondamento che caratterizza l’apparire delle cose, tanto che al loro emergere disorientano allorché il nostro pensiero è improntato esclusivamente ai principi della logica.
L’apparire può balenare per un breve attimo per svanire subito nell’impercettibile, ma può anche divenire tanto vigoroso e persistente da modificare la vita che ci aspetta. Imparare a vedere costituisce una possibilità radicale dell’essere umano. Per chi guarda non sembra esservi altra possibilità che appellarsi all’esperienza del “guardato” e risvegliare così la sua attenzione.
Il guardante ha imparato ad ascoltare l’appello del guardato, tanto che lo sguardo stesso si è mostrato come via lungo la quale fare esperienza di ciò che da sempre già siamo e ci consente di vedere ciò che da sempre incessantemente appare.
Lo stiamo imparando: dentro lo sguardo, tra guardante e guardato, si può finalmente cogliere l’appello silenzioso dell’essere.

Angelo Andreotti coniuga il succedersi del tempo tra luci e ombre e nel compenetrarsi di entrambe. Odori, profumi e colori pervadono le pagine e stravolgono l’impianto tipico del racconto per farne parola poetica, musica e silenzio. Un’attenzione meticolosa ai particolari dona loro il diventare ogni volta filo conduttore e senso del testo […]. È un parlare sommesso come una sequenza filmica che ferma stati d’animo, atmosfere rarefatte, silenzi non detti, messe a fuoco di gesti che da soli narrano il non-narrato, lo presuppongo, lo ricordano e sfumano poi nella luce e nell’ombra, nel parlare del vento, in sprazzi di gioia e di dolore profondo. È la vita nella sua essenzialità che l’autore offre al lettore, una mano che accompagna, un ricordo, una condivisione.

Un poemetto d’amore che fa spazio al necessario silenzio “non detto” come luogo entro il quale si coniuga la tacita preveggenza dell’àugure, che poi è sguardo poetico in grado di accompagnarci e mostrarci “dell’ombra la luce”. E non è oscura l’ombra ma il destino umano che ogni giorno ci apre al mondo nell’alba che “sgroviglia” la notte, che nel suo sopraggiungere ci riporterà a disfare la tela per nuovi orditi. Ogni giorno un mondo «nella parola imparata da capo, benché nulla sia prescritto, benché nulla venga aggiunto», che continua e «si intrattiene in silenzio» a mostrare lo scorrere del tempo nella sinergia perfetta di un indissolubile amore che dall’ombra riporta luce, profumi, colori, riverberi, screziature in una complicità tra ragione e cuore, cercata, voluta e trovata nel timore di smarrirsi («benché entrambe si stiano abbracciando / a parole spogliate nel buio»). Una sintesi che si «mendica», tanto è forte l’esigenza al punto di meravigliarsene e quindi cogliere «l’errante profezia dell’alba».

Ombra e luce sono viste non come entità contrapposte ma come elementi capaci di realizzare una sfumata fenomenologia della presenza e dell’assenza. Non possono vivere insieme ma insieme intrecciano una sorta di storia di amore. Anche nella poesia le parole e i silenzi colgono specificità non altrimenti esprimibili. Così ci sono nelle parole cose che si accordano con esse in modo felice. Sono capaci di colpirle al centro e farle risplendere. Altre sembrano, invece, volersi accanire contro di esse e distruggerle totalmente. C’è l’idea, come nella poesia greca antica, che sia la luce, non l’aria, a garantire l’elemento vitale ai viventi ma c’è, più in fondo, l’idea che la poesia possa fornire l’occasione per riaprire un discorso sull’esistenza dell’uomo contemporaneo. È questa la scelta sapienziale di una ragione oracolare del profferire che Andreotti riformula ogni volta nei suoi versi con cadenze ritrovate.

Lontana da ogni astrazione intellettualistica, la poesia di Angelo Andreotti presenta venature pittoriche e musicali. È poesia fedele alla materia delle cose, alla semplicità del gioco linguistico, all’ascolto silenzioso. Della natura e delle cose il poeta coglie ogni sfumatura, ogni palpito e li racchiude nello scrigno dei versi che si fanno specchio della sua persona e della sua anima. Dell’ombra la luce è tutto un fluire di pensieri e sentimenti che toccano nel profondo, arrivano al cuore; più che “un canto d’amore” a me sembra un inno alla bellezza della vita che pulsa in tutte le forme dell’essere, dell’esistere, del divenire… incessante… come la danza dell’ombra con la luce.

“Dell’ombra la luce” è un canto d’amore. Tra Eros e Psyche e tra chi sennò? Tra chi vorrebbe sapere e chi è tenace nel preservare della prima sostanza l’arcano. Per rendere l’amplesso sempre un sogno d’amore. Per ricominciarlo daccapo, senza più le domande scomode che turbano quell’annebbiamento la cui complicità rallegra gli amanti. È un duetto, questa compatta raccolta: talora quasi un duello, nell’inesausto ansimante susseguirsi di mormorii, fiati, respiri non clandestini bensì cosmici. Solari e lunari. Ogni mattino tace della sera designata a venire, eppure, il crepuscolo le è vitale: anche la luce cerca il sonno, come la parola il silenzio. Anche gli amanti non sanno mai se stanno aspettando insieme il chiarore, o se il tacere delle loro reciproche ombre li ha già allontanati.

La raccolta è pervasa da una presa di coscienza generale, da una volontà di levatura nell’approfondire, che intende attribuire un valore superiore al linguaggio. Il poeta non si preoccupa più di comunicare attraverso i concetti, bensì, nel corso della ricerca cominciata nel 1999 con l’esordio Polaroid, sul cui stile non a caso si soffermò Alberto Cappi, si fa condurre dal ritmo e cede via via il passo alla suggestione sonora, con la massima ampiezza semantica possibile che esprime il verbo “sentire”. Non è necessario capire la poesia concependola sui concetti, pare suggerisca Andreotti al lettore, o li si possiede o meno; il verso deve consegnare soltanto un segnale, cosicché chi legge possa proseguire in autonomia. Difatti si accede alla poesia per mezzo di un codice che non implica di essere rispettato nella lettura, com’era nella classicità l’improvvisazione degli aedi in base al pubblico davanti: rendere i versi in base alla vocalità, non con la mente.

Al canto è affidata una funziona salvifica, una volta preso atto della violenza della storia, “un’ocra rossa, / che sia di sangue o di melma”, che non può che generare ferite (“Cerca tra l’erba il canto, / cerca la voce che sa guarire”), e ancora “Anima mia, guarda quel volto e canta / la compassione che può avvicinarci”. Quella compassione, quel sentire insieme in senso etimologico, che apre le porte alla relazione io-tu, a quell’incontro su cui Martin Buber ha saputo dire parole profetiche, a un fluire dell’Io in un’accezione quasi panteistica, avvicinandolo, nelle sue peregrinazioni, all’esperienza del dono, inteso in accezione platonica: un dono senza resa, che non è scambio, né pratica utilitaristica, ma gesto disinteressato, dal quale ripartire dopo essersi voluti e riconosciuti stranieri e migranti.

Quando le parole diventano cose, atmosfere, situazioni i versi si fanno portatori di storie, riflessioni, parabole che s’incastrano nella vita di tutti i giorni, segnandone le trasformazioni e le visioni. È con queste prime tracce che il nuovo testo di Andreotti si squaderna alla lettura, intrecciando un rapporto con il suo lettore, immediato e comunicativo.

Andreotti fa a mio avviso parte dei grandi esploratori della poesia, quelli che cercano di raccontare l’esistenza con le parole piene del testo poetico, così accade per molti: Rilke ad esempio, ma anche Valery per non dimenticare tra gli ultimi Derek Walcott, tutti autori con cui Andreotti sembra avere intrapreso un dialogo fitto e costante come a voler sancire che senza le letture la poesia non ha vita. E di vita qui invece ce n’è tanta, così piena da diventare straordinaria anche nei percorsi quotidiani: ma ad ingigantirla ci pensa appunto la poesia, fedele compagna e strumento pieno all’interno di strutture “classiche” (molti endecasillabi e tanti anche i settenari) ma che non per questo appiattiscono il fraseggio…

Le liriche si addensano di paesaggi sfumati da una temporalità indefinita e vasta ed in essa il poeta dà forma a sogni e rinascite anche nell’angusta spazialità del quotidiano ove le immagini trasfigurano in metafisica dell’essere, il momento in cui l’uomo si differisce nell’oggi rispetto al futuro come solo obiettivo, in nome dell’intensità arricchente di momenti, attimi, incontri, percezione del sé, ascolto e sentimenti.

È proprio la trasparenza della lingua, dove si fondono intensità e chiarezza, spontaneità e rigore, a porsi come lo strumento perfetto per contenere e dare forma alla forte tensione del pensiero che attraversa l’ispirazione di questo poeta. L’idea dominante viene coniugata lungo una linea isotopica che percorre tutto il discorso poetico e gli conferisce un segno ulteriore – epistemico – divenendo per così dire la chiave interpretativa dell’opera: intendo la linea dell’“aria”, che, con una costellazione di altri segni che le si aggregano (la “luce”, lo “sguardo”, il “silenzio”, le “nuvole”, il “vento”, lo “spazio-tempo”, qualche volta l’“acqua”), costituisce l’elemento ermeneutico fondante del testo.

“Porto Palos” è prosa poetica di un viaggio esistenziale che offre al tempo la meditazione di sé e allo spazio, angoli dove la parola, tra il dirsi e il ritrovarsi; mantiene tesa e vibrante la corda nel coniugare, pur in un possibile sbilanciamento tra passato e futuro, l’essenza viva di “percepire se stessi nell’oggi”.
“Porto Palos” è anche dalla sua etimologia “palus”, palude, deriva della parola, sprofondamento, naufragio, immobilità, affissione del tempo-dolore all’anima muta, morte emorragica, svuotamento che spingono alla ricerca e scelta di “un altro andare” anche se cibati di dolore e nostalgia o “abissalmente” abdicati alla vita: “tragittiamo incerti, trascorriamo, e così ci trasformiamo da confidenti distratti di ricordi in memorie pendenti nell’aria, sollevate appena”. Con un raccolto differimento del sé, l’autore rimanda a continue soste e successive partenze “il raggiungimento della meta” e con vari registri poetici ne sottolinea la necessità.

L’interfaccia della poesia e della prosa realizza una sorta di staffetta linguistica in cui il mondo dell’autore emerge nelle sue costituenti fondamentali. La distanza, il tempo, il silenzio, il viaggio modulano risonanze concettuali e diverse posizioni di stato. Le grandi domande esistenziali trovano nel paradosso la vera luce e il giusto risalto. Tutto è in movimento e tutto è fermo eppure nulla è più intensamente poetico dello stacco che separa e unisce le forme della poesia e della prosa.

In poesia scrivevano i primi maestri di sapienza greci, come Parmenide, ma anche dopo che Platone è giunto a rivendicare per la filosofia un ambito di pensiero autonomo, alla cui espressione è più confacente la prosa, la famiglia dei poeti-filosofi ha continuato a esistere nel corso del tempo, da Dante a Giordano Bruno, da Hölderlin a Leopardi, per non parlare della poesia orientale dove scandaglio dell’io e indagine della Natura si fondono in maniera densa ed emozionante.
Un nuovo adepto di questa ispirata confraternita si può scoprire con la lettura de La faretra di Zenone di Angelo Andreotti (Corbo) che, già dal titolo, cita un filosofo che di Parmenide era il discepolo prediletto, virtuoso della dialettica e del paradosso. Dalla faretra di cui si parla, infatti, non escono dardi per ferire, ma per bandire i luoghi comuni e la labilità dell’esperienza sensibile, lasciando l’uomo di fronte alla contemplazione nuda dell’essere.

Con Andreotti viviamo nei territori dei brevi e danzanti segni della scrittura e la scrittura è un cammino sempre alto ove tempo e spazio giocano nella sospensione. Man Mano ci si inoltra nella lettura ci coglie una sorta di benvenuto spaesamento, di cessazione dei vincoli del reale perché la parola si fa luogo assoluto.
Si tessono nuovi equilibri: tra intelligenza e sentimento, tra narrazione e poesia. Lo sguardo è intimo e coglie sfumature altrimenti imprendibili. L’occhio è vagante e non si sofferma al grave del mondo.
Consolante volumetto, è prezioso incastro di fantasia e tenerezza verso il sogno: “Avanzano così le notti, a passi muti, nascondendo il futuro”.