Stefano Raimondi, “Il cane di Giacometti”, Marcos y Marcos, 2018

Quando Stefano Raimondi terminerà la sua trilogia dell’abbandono, e la trama sarà così completata, si avranno a disposizione tasselli importanti per ragionare attorno alla sua poetica, e magari ritornare sulle precedenti raccolte e utilizzare ulteriori chiavi di lettura. Per ora è meglio soffermarsi sul quest’ultimo volume, Il cane di Giacometti, che segue di cinque anni la prima tappa della trilogia (Per restare fedeli, transeuropa 2013), dove l’abbandono prendeva le tinte forti di una perdita di umanità, dai fatti di Genova alla seconda guerra nel Golfo. E se nel primo libro il tema dell’abbandono affettivo era sì presente – ma non predominante in quanto impastato con la cronaca –, nel secondo invece emerge con tutta la sua forza.

Sono fatti così gli abbandoni:
restano fino a trovarti, fanno
fino a commuoverti in una parola sola
in poche cose, in quello che tieni
stretto tra le mani e non c’è già più
davvero.

L’ambiente di Stefano è la città, e la città è Milano. Trapela ovunque nelle sue poesie, con le sue strade e i suoi asfalti, con gli orti che sono ricordi di un passato-presente che non può essere dimenticato, con i palazzi e le case dentro le quali tutto si consuma, oppure si costruisce. Dove comunque tutto porta a ricordare.

Ci sono scavi aperti
sogni rupestri in città
come nelle grotte: storie
che escono piano dalle frasi
come facce dai cunicoli.

L’abbandono vero, quello che si sgretola dalla memoria senza lasciare traccia, non esiste, ci ricorda a ogni piè sospinto l’autore. L’abbandono è come un randagio che ci segue, come il cane di Giacometti, per l’appunto.


Non c’è che lui a portarmi via.
È il suo passo che gira, che annusa
che scova i resti degli abbandoni.
 
Non sono i cani gli amici più fedeli dell’uomo, almeno per me, che non ho che questo, mai accarezzato, mai portato in giro; questo che non ho mai spazzolato, lavato, curato. Non ho che questo respiro in affanno che qui è diventato altro: un abbandono che mi scodinzola accanto; un muso che guarda, che mi tiene a bada. E non è a un posto che fa la guardia, non ringhia dietro una cancellata ma m’insegue, per giorni interi, tra notti lasciate qui a tremare.

Più che di abbandono in senso stretto, si dovrebbe parlare di “sentimento dell’abbandono”, per il quale non c’è cura, e nessuna elaborazione del lutto è possibile. È uno stato d’animo, quasi un clima che impone una nostra reazione, seppur raramente efficace.

Ecco le notti lunghe, notti
che a dirle bisognerebbe
stare in due: ognuno
dalla sua parte, dove
incominciare a credersi.

Si lanciano i cani a stanare
a prendere tracce, orme
colpe. Si portano nelle ossa
le sfiducie: si fiutano da cechi.
 
Sapere, fare i conti, bastarsi
nei silenzi, negli anni.

Il sentimento dell’abbandono è anche una delle forme della malinconia, ma è anche il dolore da attraversare per il cambiamento, per il rinnovamento verso altri percorsi…

Ci sono abbandoni che non tengono
ma lasciano andare. Da lì
iniziano le vie, gli incontri
le stellate tenute dai balconi.

… che in ogni caso avranno sempre in ombra un altro abbandono:

Si dividono le cose con la luce.
Si guardano come le promesse:
con un pezzo di buio vicino.

E se l’ultima poesia di Per restare fedeli, ripresa appositamente parola per parola in Il cane di Giacometti, preannunciava il tragico dell’abbandono:

Sì, proprio come quando si ritorna
a prendere le cose di casa:
i vestiti, il silenzio dopo l’esplosione.

In questo circondario di colpa
di stanza rotta a fiato, solo poche
impronte restano, raccontano
storie rimaste sui cuscini
schiacciati dalle schiene
nei capelli trovati sulla piastrella chiara.
E la porta tiene tutto dentro
come fosse una frase rimestata
e si ritorna fuori per svegliarsi,
come fossimo noi persiane
appena aperte, sole appena entrato
di mattina per dire: “Non è vero,
non è successo mai”.

allora l’ultima prosa poetica di quest’ultimo libro, come anticipa Stefano nelle note finali, entrando nel volume conclusivo della trilogia anticipa un’altra sfaccettatura dell’abbandono. Chissà, forse la rinascita?

Anche le parole aprono il loro cerchi per tenere
 
Ci sono tempi dove si vorrebbe dire tutto per fame, altri per abbondanza. Cercare le tracce, vederle, farle diventare frasi, parole mandate a qualcuno. Ma ora raccontami, te ne prego, una storia che si avveri, di quelle che non finiscono mai o che finiscono bene, come quel bacio d’acqua, sì, nell’Atalante.

Atalante, appunto, sarà il titolo dell’ultimo episodio della trilogia. Ma Atalante è parola greca che significa “equilibrio”, e una donna cacciatrice della mitologica greca che offre più di un riferimento al tema dell’abbandono. Infine – ed è il riferimento che ci dà Stefano – è il titolo di un film di Jean Vigo

 

L’immagine è di Alberto Giacometti, Il cane (Smithsonian Institution, Washington)