Silvia Comoglio, “sottile, a microchiarore”, Joke, 2018

Per comprendere con maggior profondità la dimensione in cui dimora la poesia di Silvia Comoglio bisognerebbe ascoltarla. Se questo è vero per qualsiasi poesia, in quanto in essa la parola esprime appieno il suo senso solo quando se ne pronuncia il suono, per Silvia potrebbe valere la direzione inversa, ovvero che la sua parola pronuncia pienamente il senso solo quando se ne esprime il suono.

Quel suo scardinare il linguaggio, scomporre la parola fin quasi a violarne il significato per farle produrre un suono altro, e quindi raggiungere un oltresenso, tocca un’ulteriore tappa in Sottile, a microchiarore (Joke, 2018), dove ogni poesia si confronta con una nota musicale, quindi con un suono, senza tuttavia rinunciare al suo senso che sempre più trova la sua voce (il suo corpo) in un oltresuono.

Poesia complessa e raffinatissima quella di Silvia, ma che si amplierebbe di una particolare ed enigmatica chiarezza se la si ascoltasse pronunciata dalla sua voce. Voce ctonia, abissale, quasi misteriolatrica o, anche, ierofanica. Ascoltarla mentre legge i suoi versi è un’esperienza dell’altrove, e sempre più mi convinco che al libro scritto dovrebbe accostare un audiolibro.