Salvino Campos, cinque fotografie

A Salvino Campos a Ferrara allestii una mostra nel 2005 alla Porta degli Angeli, a casa Ariosto e all’Istituto Giorgio Cini, dal titolo Brasile de carne e de osso. Fu una meravigliosa esperienza. A lui, brasiliano, mi lega Napoli e alcuni amici: Angela, Maurizio, Lucio… Recentemente ha pubblicato un libro catalogo (Redemption, Iemme, 2016, prefazioni di Mario Martone e Mario Franco) con 350 fotografie scelte tra quelle scattate in 21 anni di vagabondaggio per il mondo, ma soprattutto tra Brasile e Napoli. Ne seleziono alcune, vagando con la fantasia, all’impronta.


La prima, Napoli, 2001

Uno scorcio che mi pare di conoscere, ma a Napoli tutto mi è famigliare. Un letto a castello con una bambina seduta a piano terra. La bambina ha i capelli a caschetto, è in canottiere e ha la bocca leggermente aperta. Guarda Salvino che scatta la fotografia. Al suo fianco un’altra bambina. Questa bambina, con le guanciotte piene e lo sguardo verso il basso, non cammina, “incede” sicura di sé a passo svelto. In un certo senso sono i due volti di Napoli, la concentrazione di quelle contraddizioni in cui la città è maestra.


La seconda, Brasile, 2003. Presente alla mostra ferrarese e che amo in modo particolare.

Due uomini. Tecnicamente non è un ritratto, perché l’inquadratura americana è al contrario: non il volto e il tre quarti verso il basso, bensì i piedi e il tre quarti verso l’alto. Però in qualche modo è un ritratto. Puoi, se vuoi, costruirci una storia e la storia anche dei due personaggi. Di questa immagine molte cose mi sfuggono, eppure sento il tempo che non fugge e, soprattutto, non annoia. Parlano? di cosa. Guardano? cosa guardano da quel muretto. E quel bastone a cosa serve? Ad aiutare il cammino, o a darsi un tono. Che ora è? il cappello di paglia è in mano. Tramonto, mattina. Aspettano, e non sanno di Salvino. O fanno finta.


La terza, Brasile, 2003

Anche a questa sono affezionato, se non ricordo male era a casa Ariosto. Una bambina con un pollo in mano. Con una mano lo regge, con l’altra lo accarezza. Lo sguardo. Lo sguardo è di una profondità sconvolgente. Cosa sta guardando. Salvino? Forse. Ma guarda bene le labbra. Lo vedi? sono contratte. E gli occhi sono tristi. Protettivi, guardinghi. Quella mano non stringe. Quell’altra sembra consolare. Chi? Il pollo o sé stessa?


La quarta, Cuba, 2002

Un uomo seduto su uno sgabello costruito, o rinforzato, con materiale di recupero. Con una mano regge un bicchiere di plastica, con l’altra una sigaretta che ha appena aspirato, e infatti il fumo gli nasconde in parte il volto, con gli occhi chiusi o semichiusi. A terra un cane accucciato che ha avuto mille avventure, come lui. Entrambi si stanno riposando, e non c’è alcun segno di vigilanza. Il cane è accucciato e guarda alla sua destra, dove non si sa. Lui ha le gambe accavallate l’una sull’altra. Strette. Si gode la sigaretta, e si consente di socchiudere gli occhi. No, Salvino non è una minaccia. E il lasciarsi ritrarre può essere anche un atto di forza.


La quinta, Europa, 2002. Dall’aereo.

Intanto penso che non mi è mai riuscito di fare una foto così dall’aereo. È un pensiero stupido, perché non sono Salvino, ma lo faccio lo stesso. Poi mi accorgo che questa immagine, per quanto in bianco e nero, mi fa pensare a un po’ a Mark Rothko, e contemporaneamente ai paesaggi di Caspar David Friedrich. Però penso anche all’Europa, quella politica (si fa per dire), e per quanto questa fotografia dal punto di vista estetico mi esalti, dal punto di vista etico mi turba. Lo so che potrebbe essere qualsiasi territorio visto dall’aereo. Eppure non so scegliere tra la tragedia di Rothko e la visione di Friedrich. Ne frattempo aspetto che le “nuvole” si diradino