Salgado e Walcott, in cammino

A una distorta interpretazione di Dostoevskij si deve la frase “la bellezza salverà il mondo”, Settis ha replicato che la bellezza salverà il mondo se noi salveremo la bellezza. Io non credo che la bellezza, e quindi anche l’arte, possa salvare il mondo. Voglio invece parafrasare un pensiero di Natoli sul dolore. Il filosofo dice che sarà anche vero che l’arte consola dal dolore, ma è più vero che l’arte è in grado di metterci in una relazione differente con il dolore (del mondo), e quindi di imparare a guardarlo. In questo modo ci mette nelle condizioni di cogliere il dolore (nel mondo) nella sua complessità, e quindi di porgercelo per iniziare a comprenderlo.

Solo una fotografia di Sebastião Salgado, tratta dal suo libro Exodus, e la poesia che Derek Walcott scrisse per la mostra del brasiliano alle Scuderie del Quirinale nel 2000, dal bellissimo titolo di In cammino.

Solo una foto:

 

 

e solo una poesia:

 

La marea dei profughi, non il volo delle oche selvatiche,

i volti nei vagoni merci, emaciati e con occhi di carbone,

soprattutto lo sguardo fisso e smunto dei bambini

i fardelli enormi che attraversano i ponti, assi che scricchiolano

come se articolazioni e ossa fossero udibili, la macchia scura

che si estende sulle mappe dissolvendone i confini

così come i cadaveri si liquefanno nella calce

o il pacciame vivido dell’autunno, calpestato, si fa fango,

e il fumo di un cipresso segnala Sachsenhausen,

la gente senza treni, senza muli né cavalli,

quelli con la sedia a dondolo e la macchina da cucire

accatastate su un carro a mano, senza cavalli

perché da tempo i cavalli sono fuggiti al galoppo

per tornare alla mitologia della pietà, al cono

del campanile arancio che trafigge le nubi sopra i tigli

e le campane di pietra della domenica sui ciottoli,

quelli che poggiano le mani stanche alle sponde dei carri

come fossero i fianchi dei muli, e le donne

con le facce di selce, gli zigomi lucidi, gli occhi

come stagni resi vitrei dal ghiaccio,

per loro l’anno ha una sola stagione, un solo cielo:

quello dei corvi che sbattono le ali come ombrelli strappati,

si sono ridotti tutti a una lingua comune,

i senzatetto, i senza provincia, ridotti all’incredibile ricordo

delle mele e dei limpidi ruscelli, e il suono del latte

che riempie le zangole in estate, da dove vieni,

da quale regione, conosco quel lago, conosco la birra,

e le taverne, ho creduto nei suoi monti,

ora c’è una mappa mostruosa chiamata Nessunposto

ed è lì che siamo tutti diretti, e dietro

hai la vista di una valle chiamata Provincia della Pietà,

dove l’unico governo è quello dei meli

e l’unico esercito gli alti stendardi dell’orzo

e le fattorie sono umili, e questa è la visione

che si restringe nelle iridi di chi sta morendo

e degli esausti che abbandoniamo nei fossi

prima che s’irrigidiscano e le fronti si raffreddino

come le pietre che ci lacerano le suole,

come le nubi che diventano cenere così in fretta dopo l’alba

sopra palme e pioppi, nell’ingannevole aurora

di questo, il vostro nuovo secolo.

 

(trad. Matteo Campagnoli)