Rolf Jacobsen, Aperto di notte, LucidaMente, 2006

Del norvegese Rolf Jacobsen (1907-1994) ne so davvero molto poco, e a darmi notizia della sua esistenza è stato un libro sul Silenzio, che è diventato un best-seller ma che non cito perché non lo consiglierei a nessuno. Di Jacobsen mi sono bastati questi soli tre versi:

 

Il silenzio che si trova nell’erba

al di sotto di ogni filo

e nel solco azzurro tra i sassi.

 

Solo tre versi, in un libro inutile, che mi hanno incuriosito sul loro autore, e dunque a spingermi a cercare ciò che di lui si può trovare.

In Italia, per quanto ne so, è stata pubblicata soltanto la sua ultima raccolta, Aperto di notte, dall’editore bolognese LucidaMente che mi ha venduto l’ultima copia a sua disposizione. In questo volumetto mi pare di capire che ci siano un po’ tutti gli argomenti di Jacobsen: la preoccupazione per la disumanizzazione prodotta dall’uso improprio della tecnologia, l’avversione per il rumore e l’amore per il silenzio, lo sguardo stupito per la natura. Ne escono fuori versi ironici, crudeli, turbati, ma anche dolcissimi.

L’ultima sezione, dal titolo Camera 301, l’ho trovata travolgente. Sono le poesie composte per la donna con cui ha trascorso tutta la vita, e che non gli sopravvive. Nessuna autocommiserazione. Il dolore per la perdita è ben presente ed emerge con forza, ma è come se da questo si lasciasse attraversare per restituirlo in poesia come dono di sé agli altri, esperienza da condividere con la giusta distanza che sempre ha la vera compassione (ben diversa dalla commiserazione). Gli aspetti autobiografici quasi non importano, non s’impongono ma sembrano sciogliersi, con tenerezza e anche crudo realismo, in sentimento che accomuna.

 

La casa e le mani

 

Due mani erano come una casa.

Dicevano:

Vieni ad abitare qui.

Né pioggia, né gelo, né angoscia.

Ho abitato in quella casa

senza pioggia, senza gelo, senz’angoscia.

finché non arrivò l’ora che l’ha demolita.

 

Ora sono di nuovo sulla strada.

È leggero il mio cappotto. Si sta mettendo

a nevicare.

 

(Trad. Randi Langen Moen e Christer Arkefors)