Robert Capa, Miliziano che cade – Carol Ann Duffy, Il soldato che cade

Della fotografia di Robert Capa, Miliziano che cade, si è scritto molto, e non tutto è stato lusinghiero, almeno fino a quando non si risalì all’identità del soldato con una certa credibilità, e soprattutto fin quando non comparve un’intervista del 1947 in cui Capa stesso ricostruì la dinamica della fotografia, raccontando che fu scattata alla cieca alzando il braccio al di sopra della buca dove si stava rifugiando. Già così potrebbe essere un romanzo, o l’incipit per un trattato sul “caso”.

Carol Ann Duffy ne ha scritto una poesia tanto straordinaria quanto lineare e semplice, ma non sul “caso”, piuttosto sul lato grottesco e insieme drammatico della morte. È composta da tre strofe che hanno più o meno la stessa struttura. Nella prima parte di ciascuna strofa l’autrice assume con ironia lo sguardo di quanti hanno gettato fango sulla autenticità della fotografia, e gioca con la posa scomposta del povero miliziano. Nella seconda, invece, il tono si fa più serio, pur senza abbandonare la sfumatura ironica ma questa volta non sul soldato, bensì sulle consolazioni rituali dei caduti in guerra: la medaglia, l’onore delle armi.

 

Il soldato che cade

(trad. Giorgia Sensi e Andrea Sirotti)

 

Ti butti indietro per un sonnellino al sole,

gettando il fucile,

o inciampi su una pietra finendo

col culo per aria

tra urla e bestemmie?

No, peggio. L’ombra che proietti

cadendo

è l’inizio di una bassa fossa.

Danno medaglie, comunque

alle mogli afflitte alle madri alle figlie

e ai figli dei prodi.

 

Fai la breakdance per divertire i compagni,

per strappare una risata,

fai il verso al rock’n’roll, a tempo di Elvis,

fingendo che il fucile

sia solo una chitarra?

Peggio assai. L’ombra che getti

cadendo,

fratello, è la tua anima.

Ti avvolgono nella bandiera, comunque,

suonano la tromba mentre t’abbassano

nella buca.

 

Scivoli lungo il pendio, la testa all’indietro,

sciocco come un ragazzino,

e il fucile mollato da un lato

in un momento di gloria,

uno scoppio?

Ben peggio. L’ombra che proietti

cadendo

è l’ombra della morte.

La foto, comunque,

ti ha colto per sempre e cattura per sempre

il tuo ultimo respiro.

 

 

La Duffy porge il suo verso con leggerezza, ma è pesante il colpo che assesta. L’ombra proiettata del soldato sembra aspettare di ricongiungersi con il corpo, come in un abbraccio, e farsi morte. In quello spazio di tempo – che sapientemente il gerundio scelto da traduttori (cadendo = as you fall) ben stigmatizza – sta la grandezza di questa fotografia: in un cadere sospeso, per sempre sospeso. Una morte per sempre sospesa.