Recensione di Carmine Lazzarini su “Il nascosto dell’opera”

Ottantaquattro frammenti per un saggio che è oltremodo compatto: tasselli di un mosaico che compone un sistema di pensiero articolato e armonico insieme, con valenze poetiche, artistiche, filosofiche, etiche, oltre che estetiche. Offerti ciascuno alla riflessione.
Di solito si pensa che le opere siano oggetti, identificati con un titolo e un autore, e una totalità di significati già dati: realtà del mondo fisico collocate in uno spazio. L’opera invece, per farsi tale, deve entrare nell’orizzonte percettivo-emotivo di un soggetto, che si è collocato di fronte ad essa e che la fa entrare nel suo sguardo vivente per poi procedere a fianco, a lei e al suo autore. A fianco, perché il porsi di fronte porta spesso ad un desiderio di possesso, di controllo.
Attraverso l’opera ho la possibilità di avvicinarmi all’esperienza di un’altra persona che diventa una mia esperienza. Occorre evitare il pericolo di inglobare l’opera in me, di identificarsi nell’opera, di renderla simile a me, novello Narciso. Anche se la faccio mia, l’opera deve mantenere la sua totale alterità: solo così consente di costituirmi come soggetto con una sua propria identità. Un movimento delicato, difficile da gestire: solo attraverso me l’opera diviene quello che è, si costituisce come opera, acquista voce per narrare, ma solo la sua infinita distanza, solo i suoi lati nascosti contribuiscono a farmi crescere, a diventare un’altra persona, rivelandomi aspetti del mondo che prima mi erano sconosciuti. In quello stesso istante che diviene “mia”, devo saper cogliere tutta la sua estraneità, la sua assoluta alterità, il suo insondabile mistero, il suo “nascosto” che finisce per costituirmi come soggetto con una mia identità.
L’opera ha un volto nascosto, silente, che non si rivelerà mai in modo completo. Anche il suo autore lo cerca: per questo ha lasciato aperto un varco in modo che la lettura dell’altro lo possa in qualche modo svelare. E qui non si tratta di domandare, ma di porsi in ascolto facendo il vuoto, il silenzio, dentro e fuori di sé.
“L’arte dà da pensare perché ci chiede di rinunciare all’abitudine, all’indifferenza del nostro sguardo sul mondo, al suo passeggio distratto e vuoto. L’arte dà da pensare perché, più che dare una meta al pensiero, dispone un cammino costellato di molte deviazioni, vicoli ciechi, bivi… Ciò che dà da pensare è sempre qualcosa che ci mette in relazione con le parti più profonde, e dunque più distanti, di noi stessi, con il nostro essere che così scopre di avere bisogno di “altro” per pensare e prendere coscienza di sé. Ciò accade nell’interiorità…”.

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