Psiche davanti al castello d’amore, di Yves Bonnefoy e Claude Lorrain

Psiche davanti al castello d’amore di Yves Bonnefoy potrebbe sembrare un commento in poesia al quadro omonimo di Claude Lorrain, ma non è così. Piuttosto è una riflessione attorno alla pittura e, se consideriamo l’intera raccolta dove è contenuta (Quel che fu senza luce), anche un’ulteriore testimonianza della fiducia di Bonnefoy nella capacità dell’arte e della poesia di disvelare ciò che nel mondo resta nascosto.

Nella prima quartina è il sogno di aprire gli occhi sul mondo ad essere protagonista, ed è ancora in sogno che il pittore osserva l’ombra già vedendo in essa il fiorire dei colori.

Nella seconda accade il risveglio, e con esso la domanda fondamentale su cosa sia la luce, quando ancora tutto è buio e il pittore si mette a (o pensa di) dipingere. Quando i colori sono spenti, ma sul quadro bisogna accenderli.

Nella terza quartina il pittore si mette al lavoro, concentrandosi non solo su ciò che si vede, ma anche su ciò che non può essere visto (la risacca, le grida dei bimbi). Parla di un porto, ma nel quadro di Lorrain non c’è un porto. Di cosa sta parlando? Sicuramente non di ciò che è dipinto, ma della sensazione che il quadro fortemente suggerisce.

Nella quarta quartina si parla dell’ultimo quadro di Lorrain, quello del titolo stesso della poesia, ma ne parla come se fosse l’ultimo, quando ultimo in realtà non è. Ora, io non so se esista un ulteriore (e ultimo) quadro di Psiche che il pittore non ha finito di dipingere, e così posso immaginarmi la scelta di Bonnefoy di parlare del quadro del 1964 come fosse in fieri. Alla fine della notte e in principio del giorno, quando ancora le luci scarseggiano, dopo il sogno di un risveglio e il risveglio reale. Nell’apertura dello sguardo su quel che fu senza luce. Nella capacità del poeta e del pittore di portare luce su ciò che luce non ha.

 

Psiche davanti al castello d’Amore

 

Sognò che apriva gli occhi, su soli

che s’avvicinavano al porto, ancora

silenziosi, fari spenti; ma raddoppiati nell’acqua grigia

da un’ombra in cui cresceva il futuro colore.

 

Poi si risvegliò. Che cos’è la luce?

Che cos’è dipingere qui, di notte? Intensificare

il blu di qui, gli ocra, tutti i rossi,

non è la morte ancor più di prima?

 

Quindi dipinse il porto ma lo fece in rovina,

si sentiva l’acqua battere al fianco della bellezza

e bambini gridare dentro camere chiuse,

le stelle scintillavano tra le pietre.

 

Ma il suo ultimo quadro, soltanto uno schizzo,

sembra essere Psiche che, tornata,

si sia accasciata in lacrime o canticchi, nell’erba

che s’aggroviglia alla soglia del castello d’Amore.

 

(trad. Fabio Scotto)