Prefazione di Antonio Prete a “L’attenzione”, puntoacapo 2019

Figure d’ombra che con i loro passi leggeri invitano a guardare sulla soglia dove il visibile si congiunge con l’invisibile, il suono con il silenzio, la parola con il vuoto : sono queste presenze lievi e discrete che abitano i versi di Angelo Andreotti. Versi che, nella dizione piana e meditativa, si aprono ad accogliere il tremito dell’apparire, e soprattutto il mostrarsi di una natura che il trascorrere delle stagioni  riempie di fragilità e sospensione. Anche i corpi, il loro prender forma nel passaggio della gioia o nella stretta del dolore, nella perdita e nel ritrovamento, vivono di questa fragilità, si delineano in questa sospensione. Come se su ogni cosa si soffermasse, transitando, “lo sguardo nomade del vento”. La poesia è lingua che si affaccia su un mondo che è l’appena-visibile, l’appena-udibile : chiarità della notte e oscurità del giorno sono contigue, perché ogni cosa, entrando nella lingua, attinge una nuova luce, che è luce di parola. La luna, la sera, il colore, il profumo, la “rossa incandescenza” di un tramonto, il sogno di una quercia, il cadere delle foglie, ogni cosa entra con la sua presenza nel movimento del dire. “Perduta l’ombra tutto è lontananza” : un verso che potrebbe definire la privazione che qui cerca la parola.  In questo vanire, il gesto dell’uomo può dare ai rapporti, e alla lingua stessa, un senso se diventa attenzione: un vedere che accoglie, un sentire che ospita. Per questo i versi chiamano a cornice, per aprire, parole di Edmond Jabès, per  congedo parole di Simone Weil. La poesia è rivelazione di un dono, dell’altro come dono.

Antonio Prete