Postfazione a Giovanna Menegus, “Investitura di voci”, 96 rue de-La-Fontaine, 2018

A sfogliare l’indice sembrerebbe che Investitura di voci sia un libro piuttosto di altri che di Giovanna Menegus. Entrandoci, invece, si coglie il senso profondo di un’operazione coraggiosa e, allo stesso tempo, talmente sincera da essere addirittura ingenua, ovvero così raffinata da rischiare l’evanescenza, se non si presta quella faticosa attenzione che sempre si dovrebbe alla poesia.
Così, mentre le si legge, queste poesie sembra quasi chiedano di essere chiosate una per una, tante sono le sollecitazioni e le aperture di senso. Tanto è potente la poesia qua dentro. Ma la chiosa non farebbe altro che intromettersi in quello spazio tra Giovanna e i suoi autori, uno spazio che va lasciato vuoto proprio perché è lì che è accaduto qualcosa e ancora continua ad accadere, una distanza che la chiosa colmandola vanificherebbe. Paradossalmente, la poesia in Investitura di voci non è soltanto quella, per esempio, di Rilke di Trakl di Dickinson, e neppure soltanto le “conseguenze” di Giovanna. La poesia qui manifesta la sua potenza nello scarto che si crea tra l’una e l’altra, così come sempre accade tra l’opera di un autore e ciascun lettore che la incontra. Nessuna immedesimazione, semmai affiancamento.
Ciò fa sì che non sia un libro di traduzioni, né di imitazioni o di versioni. Non è neppure un libro di esercizi o di omaggi e dediche. Per quanto inviti a interrogarsi sulla traduzione e, soprattutto, sulla lettura che ne è la necessaria premessa così come lo è della scrittura, ciò che vi è qua dentro non è niente di tutto questo proprio perché è tutto questo, ed essendo tutto questo è sicuramente di più.
Qui la poesia è al lavoro, nel senso che si mette in mostra non tanto la poesia (che comunque c’è, ed è ben visibile), quanto il lavoro del poeta e cosa voglia dire “esperienza poetica”.
Chi scrive poesia – cioè quei pochi che, come si dovrebbe, la scrivono soltanto dopo averne letta molta – sa quanta verità abbia espresso Andrea Zanzotto nella prima stampa de Gli sguardi i fatti e senhal (1969) dicendo: «Nessun diritto è riservato: / magari da me si copiasse / tanto quanto dagli altri ho copiato». Ciò che è sottinteso, ovviamente, è quel debito “riconoscibile” ed “esigibile” nei confronti dei grandi autori che, Giovanna insegna, possono anche essere fotografi (Robert Mapplethorpe) o pittori (Zoran Music).
La scrittura poetica nasce da molte radici, e una tra le più fertili è la poesia stessa, come se la poesia non fosse questa o quella ma un canto corale lungo il tempo, che forse annulla il tempo andando avanti e indietro a piacimento dei singoli cantori.

Il trepido saliscendi dei merli
tesse le ultime foglie gialle e brune
dei ciliegi – ma lontani

affondano i corvi nella nebbia

senza un suono

lividi cachi
pendono dai rami

(Mattino di metà novembre che imita Trakl)

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Crescono i monti – inosservati –
Le purpuree figure si levano
senza sforzo – fatica –
sostegno – o applauso

Nei loro eterni volti
gli ultimi sguardi dorati
del sole – con perfetta delizia –
a lungo cercano compagnia – la notte

(E. Dickinson, n. 757)

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Nel cielo bianco del mattino
stormi di piccioni tracciano
rapidi nitidi versi

(la ritmica pulsazione delle ali,
inudibile oltre i vetri alla distanza,
su e giù segna gli accenti e a capo)

– e subito in sequenza
il rintocco delle campane
cadenza l’aria

(Omaggio a Luciano Erba)

 

L’immagine è di Ketty La Rocca