Porto Palos

Angelo Andreotti: “Porto Palos”, Book, 2006

“Porto Palos raccoglie l’essenza di una parola in equilibrio tra intelligenza e epifania del sentimento, dove la narrazione si incontra con la poesia e la musica del pensiero. Se è vero che il senso del viaggio non può esistere senza l’idea dell’approdo, in questo percorso – che è anche un insolito e prezioso esempio di prosa creativa – Angelo Andreotti unisce il significato delle cose alla loro verità, controllando le emozioni e coinvolgendo in un’avventura letteraria che sfugge ai canoni attesi. Sul filo di un’ideale educazione sentimentale, in queste pagine “ci si allontana per unirsi”, ci si osserva da dentro, si dialoga con il silenzio sospendendo il respiro del tempo.”

Angelo Andreotti, “Porto Palos”, Book

Reclinati verso la corruzione del ricordo ci separeremo. A uno a uno lasceremo vuoto lo spazio
nei giorni ricolmo di gesti manifesti e di quotidiane segretezze, accolte con il pensiero in ombra.
Dovremo andarcene, affollati di silenzi mai parlati, di silenzi trattenuti in dimore serrate a doppia
mandata dal tempo che incalza, affamando la quiete che cresce sull’orma che fermerebbe il
passo di chi alza lo sguardo da terra, e vorrebbe restare dentro al suo bisogno di
comprensione, se solo ne conoscesse il sentiero.
E invece si corre, rastrellando ore e divorando la tregua di un attimo risolto nell’attimo stesso
che scorre senza pause, e abbandona ciò che andrebbe condiviso.

La chiarità presaga del mattino, che riscatta il respiro trovato a sorpresa dopo il sonno, accoglie
suppliche che sappiamo dimenticare, non appena altri sguardi pesano il sogno che s’incaglia
tra i margini sfogliati di quel paesaggio sopito sul confine indicibile del risveglio, che si consuma
adulando la notte trascorsa malgrado la nostra distanza, e la sua inabitabile permanenza che
rinnega il giro delle ore accogliendo però l’istante senz’ombra a termine.
Abbandoneremo la voce, là, dove i significati si perdono inseguiti da un pensiero, lo stesso di
sempre espresso tutto d’un fiato e fallito per troppa diligenza, o per assenza di canto.

Masticando polvere e stelle
sapremo lentamente avvicinarci
al destino indicato
dal giusto saper volere
che allenta l’affanno della ricerca
con l’umile ricchezza dell’ascolto
ogni qual volta
meraviglia ci solleva lo sguardo da terra
e lo spinge all’orizzonte
sedendoci ai bordi del sentiero
col fiato corto e assetato
per l’eccessiva corsa del pensiero

Cerco un posto in cui restare, forse un silenzio che non sia attesa ma soltanto lento ascolto,
oppure quieta riflessione che sappia costruire un senso nel tempo di una risposta.
Cerco un posto in cui si possa svasare pensieri, sterrarne le radici e rinvigorirle di luce e aria
per poi insediarle in nuove terre, che crescano e diano frutti dal sapore diverso per ogni labbra.
Cerco un posto in cui la voce non sia urlo, ma libero commercio di sorrisi, semplice espressione
di parole che sappiano misurare la distante vicinanza di un’altra voce.
Cerco un posto in cui il cielo sia condiviso da ogni sguardo, e dove ogni sguardo sia allargato
dalla costante meraviglia del respiro. Cerco un posto in cui risuoni il silenzio di Dio, per smentire
lo stravagante delirio degli uomini.

Tu, che forse mi guardi il sonno all’ombra di un risveglio affrettato con la stessa pienezza di un abbraccio che ti scivola il corpo verso l’incavo lasciato dal mio sonno sul tuo tempo, e scorri sul mio respiro distratto pensieri da me ignorati, per sempre sconosciuti, tu, ricordati di averti con me quando lascerò il sogno che ti sta guardando.