Paula Modersohn – Cees Nooteboom – Rainer M. Rilke

Paula Modersohn aveva avuto modo di conoscere i quadri di Cézanne cinque anni prima della realizzazione di questa natura morta, direttamente nella galleria di Vollard con la scultrice Clara Westhoff (moglie di Rilke), e ne rimase entusiasta, come una conferma che la sua propria ricerca artistica stava procedendo lungo la strada giusta. Tuttavia, se è vero che nella sua produzione si può trovare una certa affinità con il provenzale, e più vero che la tavolozza e soprattutto la composizione stessa segue un processo differente, affine ma non solidale.

A questo quadro dedicò una poesia Cees Nooteboom (non compresa nell’antologia di Einaudi del 2016, Luce ovunque (2012-1964), ma in Le porte della notte, Ed. del Leone, 2003, dello stesso traduttore, Fulvio Ferrari):

 

Paula Modersohn-Becker, Natura morta 1905

Della pappa in un piatto azzurro,
una pagnotta accanto, grossa, metà.
Un uovo, un pezzo di formaggio,
fiori, tovaglia.

 

Non c’è tempo in queste immagini,
non era presente.
La pappa: un’immangiabile pennellata,
Cosa significa tutto questo?

 

Arte, con quanta voracità
ghermisci l’essenza delle cose!
Quell’uovo non scenderà per la mia gola,
nessuno mangerà il pane su quella tavola,
eppure
nell’atelier dei miei occhi
si muta ora il colore in cibo,
natura morta con uomo del futuro,
pranzo in eterna attesa
della mia bocca allora invisibile,

 

la mia fame eterna placata.

 

Anche Rilke aveva notato la forza di questa pittrice, conosciuta poco prima di imbattersi nella mostra postuma di Paul Cézanne del 1907 al Salon d’Automne, che non solo diede uno scossone alla sua poetica, ma anche una nuova propulsione agli sviluppi dell’arte contemporanea.

A Paula, morta sul finire di quello stesso anno per complicazioni post partum, Rilke dedicò uno dei tre Requiem pubblicati nel 1908, dove non è difficile notare l’affinità che lui scorge tra l’amica e Cézanne, e anche qualche anticipazione dei Sonetti a Orfeo, che tanto risentono della poetica del provenzale.

 

Perché tu li capivi, i frutti colmi.

In coppe li posavi accanto a te

e in colori ne traducevi il peso.

E come frutti anche le donne e i bimbi

vedevi, spinti da un’interna forza nelle forme

della loro esistenza. E finalmente

vedesti anche te stessa come un frutto; dalle vesti

ti traevi e affondavi nello specchio

tutta, tranne lo sguardo che restava,

grande, davanti; e non diceva: questa

sono io; ma diceva: questo è.

(trad. Giacomo Cacciapaglia)