Paul Celan, “Silvestre”

Il movimento di spazio e tempo, prendere a lasciare, inseguire tutto come fosse vento, in spirali, accelerazioni e strattoni e rallentamenti. Ogni verbo qui è instabile poiché sempre contraddetto dall’azione che segue, e tiene in sé disperazione e abbandono, in un vortice senza tregua in cui la dolcezza e la tenerezza attenuano ma non consolano. È il sudore e il fallimento del poeta alla ricerca della parola esatta per dire ciò che non si può dire, per dire la vita e la morte, il dolore covato attimo dopo attimo nella convinzione di essere inadeguato. È la maledizione di Paul Celan che lo rende tanto irraggiungibile, quanto penetrante. Precario e definitivo. E con certezza il testimone più fedele degli orrori del Novecento (che in forma diversa ancora continuano).

 

Silvestre

 

Silvestre, un bramito di cervi,

ora il mondo stringe dappresso la parola

che t’indugia sulle labbra,

avvampata da quanto resta dell’estate.

 

Essa la porta via e tu la insegui,

tu la segui e inciampi – tu senti

che un vento, in cui a lungo confidasti,

t’incurva il braccio attorno all’erica:

 

chi dal sonno venne

e a lui si volge

può ben cullare quella che è stregata.

 

Tu cullandola la trai giù

per la radura che solca il bosco

avida di neve nel fondo dell’arborea brace,

tu cullandola la traghetti alla parola

che dà un nome a ciò che di te ormai è bianco.

 

(trad. Giuseppe Bevilacqua)

L’immagine: Günter Denmig mentre posizione le sue Pietre d’inciampo