Paul Celan, Campi

La poesia di Paul Celan molto si appoggia alle vicissitudini della sua vita privata, ma lo fa in modo talmente enigmatico che non è semplice individuare quegli elementi che possano indicare vie sensate di interpretazione. I riferimenti biografici oltretutto si occultano, o s’ingarbugliano, in simbologie estremamente cólte e a loro volta personalizzate. Non è un caso che ha attirato l’attenzione di filosofi ed ermeneuti per esempio come Adorno, Blanchot, Derrida, Gadamer, Szondi, e più recentemente Barnaba Maj (al quale si deve una vigilata traduzione di Cristallo del respiro) e Vitiello, per citarne solo alcuni.

Poeta complesso, al limite dell’impossibile o del (quasi) tutto possibile. Eppure, anche senza possedere il necessario bagaglio per penetrarne gli abissi, poeta pur sempre accessibile se poco poco ci si abbandona alle immagini evocate, al particolare andamento della versificazione, evitando di andare a cercare il senso della sua poesia per concedere al senso di cercare noi, e così lasciarci prendere da quel dire spesso discordante, ma proprio per questo in grado di parlare alla parte più intima della nostra coscienza, indicandoci oggi una via che sarà diversa domani.

 

Campi (trad. Giuseppe Bevilacqua)

 

Sempre quello, il pioppo

sull’orlo del pensiero.

Sempre quel dito rizzato

sul bordo del campo.

 

Già molto più in qua indugia

il solco nella sera.

Ma la nube:

essa trascorre.

 

Sempre l’occhio.

Sempre l’occhio la cui palpebra

tu sollevi al cuore

della sua gemella abbassata.

Sempre quell’occhio.

 

Sempre quell’occhio, il cui sguardo

intesse il pioppo, quel pioppo.