Paul Auster, Eraclitea

Paul Auster è un romanziere, ma penso che abbia ragione lui quando dice che le sue pagine migliori sono quelle che ha scritto nei suoi anni giovanili in poesia, integralmente proposta in italiano nel volume Affrontare la musica (Einaudi 2006, trad. Massimo Bocchiola). Una poesia che trova, a mio avviso, una buona sintesi in alcune righe di quella strana autobiografia che è Diario d’inverno, dove assimila la scrittura al camminare definendola “musica del corpo” e una “forma minore di danza”.

Con queste premesse ho letto Eraclitea, forse la poesia che ho preferito sulle altre.

Il ritmo stesso del verso, anche nella lingua originale, ha un andamento scomposto, ma non disordinato. Non certo nella metrica tradizionale è la sua misura, e si comprende che piuttosto è nel pensiero cha va facendosi da sé, come per l’appunto camminando con lo stesso ritmo che ha descritto Duccio Demetrio nel suo Filosofia del camminare, e spezzando il verso alla fine del respiro, oppure laddove non si è ancora trovata la parola, ri-trovata magari nel verso successivo. Ne emerge una specie di soliloquio non certo rassicurante sulla vita, di noi indifferente, che poi è un tema ricorrente dell’Auster poeta. Le immagini spesso raggiungono la visionarietà, il verso si allunga e si scorcia a seconda di ciò che viene detto, scegliendo pertanto un periodare breve, franto, quando intende sottolineare l’espressione, cadenzando le parola per meglio scandirne il senso. Anche il lettore viene preso da questo ritmo, che passa dalla distensione del verso lungo, all’angoscia espressa da quello breve, e in quello breve (ma non solo) si intuisce l’interesse di Auster per Celan.

 

Eraclitea

 

Tutta terra, vincolata

al verde, il carbone zavorra
dell’aria e l’inverno

che accende

il fuoco della terra, mentre l’aria
si sposta tutta ininterrottamente
dentro il verde

momento di noi stessi. Sappiamo che c’è chi
parla per noi. E sappiamo che la terra

non darà mai

parola

così piccola da tenerci. Perché la parola giusta
è solo d’aria, e nella brace

verde

della nostra inferiore identità, non reca
paura altra che della vita. Noi dunque
saremo nominati

per tutto ciò che non siamo. E chiunque
veda se stesso

in ciò che non è ancora
parlato,

saprà cos’è

temere

la terra
nella giusta

misura di se stesso.