Patrizia Garofalo, Girasoli di mare, Blu di Prussia, 2016

Ultimo libro, per davvero l’ultimo, questo per Patrizia. Per me il più intenso, il più forte nella dolcezza e nell’amarezza, nella disperazione, nella mancanza di gioia e di speranza. Eppure il più misurato persino nell’eccesso, o forse è proprio grazie all’eccesso che a me sembra così follemente equilibrato. In questo libro Patrizia non mostra il suo pianto, ma il pianto del pianeta.

Quando il dolore esonda dagli argini del sopportabile, ed irrompe travolgendo la speranza, la voce non grida, la voce si spezza.

La sua, qui, è una voce come in volo sui paesaggi di una sofferenza ormai endemica. Racconta le vittime, accenna alle guerre e alla mattanza mediterranea, alle molte forme di violenza subita, ma nessuna parola per i carnefici come se non avesse più senso l’imprecazione, la colpevolizzazione, la denuncia. Qui il verso è franto, corto perché il respiro incespica, si rompe per i lampi di immagini veloci di devastazione, di dolore, lanciate come da un videoproiettore impazzito. Così dentro al fiato c’è molto spesso a mala pena il tempo per dire soggetto e predicato, sostantivo e aggettivo, in un ritmo serrato ma non nevrotico, direi sorpreso da incredulità che quella sia realtà, che tutto ciò possa accadere.

Ultimo libro di Patrizia. Il più asciutto, il più disperato, il più dannatamente sofferto. Al punto che quella che contiene non la si può neppure più definire poesia civile, ma poesia e basta.

i.m.

p.11

 

Vorrei, figlio mio

tu sapessi

che avevo visto giocattoli

rotolare nella polvere

macerie di viso

parole inzuppate di sangue

quando mi stesi nel legno della baracca

sentii il seme entrarmi dentro

caldo

strinsi le gambe

ché neanche una goccia ne uscisse

e ti partorii

per una terra promessa

 

 

p. 41

 

L’avvertimento del vento

giunge da lontano

ombra nomade

deserta luce

dolore consueto

pietosa onda

asciuga gli occhi del mare

ché non bruci

all’arsura inquieta

del distacco

 

 

p. 61

 

Girasoli di mare

senza rifugio

radicati negli abissi

il buio dei fondali

trattiene gli ultimi fiati

in asfissia

di luce