Parole come dita

Angelo Andreotti: “Parole come dita”, Mobydick, 2011

“Hanno accompagnato la stesura di questo libro ascolti musicali e letterari, alcuni si sono inseriti lungo tutto il tempo dello scrivere, altri invece hanno suggerito o stimolato singole poesie, a volte intere sezioni. Tutti comunque mi hanno invaso la vita arrendendosi alle mie esigenze, ma più spesso procurandomene di nuove. […] Parole come dita è cresciuto man mano che l’Accademia del Silenzio, fondata da Duccio Demetrio e Nicoletta Polla-Mattiot, prendeva forma, e diverse poesie sono state lette nelle sedi in cui il progetto è stato proposto. […] E poi il Po, e l’insolente solitudine di certi scorci della pianura Padana.”
Dalla nota dell’autore.

[esaurito]

Qui il fiume omaggia il mare
e il mare si offre ospitandone il dono.
Al largo gonfia l’onda
che sulla riva brusisce la voce
dell’abisso. Nell’aria,
l’aroma acerbo di forme occultate
dal giro d’orizzonte
muove lo sguardo indicando l’indizio
di un probabile viaggio.
Certe cose non è il tempo a insegnarle:
si sentono. L’amore
viene semplicemente in controvento,
s’addossa al petto, pigia,
allacciandoci stretti al gesto largo
di un aroma in scirocco.
Nel timore tremendo di toccarmi
si avvicinò, sentendo
l’odore del mio corpo ammorbidito
da tessuti sciacquati
in acqua dolce che disseta le smanie.
Ma non poté distinguermi.
I sogni dopo il naufragio si smorzano,
ogni viva speranza
resta in disparte mietendo abbandoni.
Contro quel mare glauco
il suo sguardo divenne il mio traguardo,
mi ritrovai rivolta
verso la febbre di quel sogno perso,
mentre nubi rosate
segnavano distanze sulla sabbia
che noi non calpestammo.
Non percorremmo neppure parole.
Sulla pelle ascoltai
il silenzio di un mondo in lento viaggio:
fu cadenza di remi
seguendo rotte dettate dagli astri.
Ne compresi il destino,
ma nel mio porto tentai di ormeggiarlo.
Con gli occhi lo guardai;
poi in umido antro li chiusi. Stupendo,
lo sentii con il cuore.
Lo seppi già altrove, stretto in affanno
agli albori di un’era
che soltanto scrivendo darà senso
e vita alle sue storie.
Fui l’ospitale occasione negata,
l’ultima offerta al viaggio
custodita nel corpo che non vide,
o per scelta non scelse
preso ormai da fatale nostalgia.
Sperai d’essere approdo:
fui invece appoggio per l’ultimo passo.
Non sentì che il ritorno
poiché desiderando non si ha pace,
e mentre scruto il mare
e l’orizzonte svuotato dal vento,
ora comprendo il senso
che per lui ebbe il guardarmi attraverso.

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Sole rosso in canicola d’inverno,
relitti a pelo d’acqua
e acqua ferma negli occhi, e poi rocce
spogliate dai lamenti
sparsi dal vento di grecale. L’aria
gela le ali al futuro.
È tempo di cantare ora, con voce
morbida la durezza
di questi scogli raggiunti in ginocchio,
sfiniti dal naufragio
di verità consumate in bonaccia.
Massacro d’uomini arsi
nell’estinzione sopente del mondo:
questo il nostro presente,
dove dormiamo esamini illusioni
fingendoci coscienti.
Avvinti alla sapienza, ignoriamo.
Ascoltando noi stessi ci perdiamo:
manca il cielo e il suo canto.
Mirando mete in fondo all’orizzonte
disimpariamo il passo,
e così non guardiamo più le stelle
per ritrovare il senso
e tornare a stare dentro alla vita.
Presi da mareggiata noi spiaggiamo.
Col pensiero disperso
diamo segni a parole mendicanti,
ma non c’è più risposta
che vinca l’onda spingendoci al largo.
Ponente s’inabissa
e in fondo all’orizzonte sfoglia i rossi;
nebbiose squame in cielo
dicono di un tramonto rovesciato
addosso al nostro mondo
sommerso issando logorate vele.
È tempo di tornare
dove iniziammo remando emozioni.

È da qui che ti penso
e t’inseguo fin dentro alle tue paure,
quando il tramonto riassume tristezze
in ampiezza mostrando
i rossi e i viola in elegiaca intesa,
mentre l’aria s’acquieta
sospesa in bolle di malinconia,
e una stella sorveglia
affinché spiova la luce con garbo
e la sera addolcisca
il giorno preso da troppa arroganza.
Vissuto in terra molle
dove continuamente l’orizzonte
accade senza tregue,
tra nuvole veloci e sguardi fermi,
cerco l’anima usando
parole come dita.
Mi aggiro confidando nel silenzio
di questa mia pianura
lungo distesa sul greto che il fiume
ha da tempo scordato.
Qui sciolgo i miei sospiri nel tuo mondo
di ricordi inesausti.
Dimmi di te, di quel tuo sguardo inciso
da un graffio nel passato.
Non con parole, ma con mani aperte
toccami fino al cuore
e portami nel punto esatto in cui
il tuo fiato si è infranto.
Fammi sentire l’aria che non entra
a riempire il respiro,
e l’onda gelida contro pelle arsa
da un’attesa d’amore.
Se ti guardo lo sguardo è per scrutare
dentro la nera cinta del tuo cuore
trattenuto in assedio
dalla memoria di affetti insipienti.
Tu, chinati all’affanno,
e mostra il volto alla fragilità,
affidando al presente
l’intima redenzione delle lacrime.
Piégati all’amarezza
di cui sei frutto dolce e duraturo.
In malinconia penso
al posto buio in cui si deve andare
per prendere congedo
da quell’angoscia piagata nel cuore.
E allora stringo gli occhi
nei paraggi del cielo,
e pronuncio parole come dita
per toccarti in distanza,
e in desiderio farmi più vicino.

Seguendo l’andatura dello sguardo,
la nebbia in solitudine sospesa
non è nascondimento della vita,
né madornale amnesia del presente,
ma trama intinta di cose e di spazi
da raccontare per trovarvi posto.
Così l’abbraccio, che dissolve il tempo
nella durata senza estremità,
unita in forma fusa attorno a un gesto
rischiarato nell’aria, dove resta.
Finita infinitudine: il tempo,
che l’abbraccio delimita, si scorda.
Inebetito dal proprio riflesso,
perso nell’incavo schiuso tra gli attimi
maldestramente stringe gli uni agli altri,
e intanto cade, non trovando presa
tra quei due corpi a se stessi bastanti.
A sé bastanti. Non prima, né dopo,
ma in pura permanenza nel medesimo
preciso stare nello spazio, lì,
senza alcun fuori, eppure tenuti
in limite di pelle dentro al mondo,
in sé compiuti, a toccare il punto
in cui la nebbia pensa la realtà.

E ci sono tramonti senza sole
con nubi e luce gialla
a sbattere sul grano divampato
da un orizzonte viola lancinante.
E lì il giorno va tacendo,
nella saggezza attenta di quell’olmo
che il paesaggio in sé orienta
senz’alcun gesto ma sola presenza,
compiutamente incluso, e in disparte.
Pensieri come voli
molto più in alto aleggiano tardivi
lenti di un tempo lasciato a maggese.
A quello sguardo largo e solitario
s’accosta il cielo, e premendo in basso
dice che non c’è terra desolata
ma soltanto anime che vi dimorano.