Paola Paganelli su una mia poesia

Vale come una recensione questa immagine che Paola Paganelli ha affiancato a una mia poesia da A tempo e luogo:

La casa che mi fu paesaggio sta arrugginendo

attorno ai cardini usurati dal viavai delle ore,

dal viavai delle stanze lungo corridoi al buio

e molto spesso senza porte da aprire.

 

La polvere sui mobili è tempo che si ferma,

ma nella cavità delle stanze, annidate negli angoli,

restano le ceneri dei sogni dimenticati

poiché usciti dal palmo dell’immaginazione.

 

I fiori secchi rimasti sul tavolo nel vaso

riflettono lo specchio, e lo specchio il giardino

che ora racconta storie diverse, niente voci,

solo canti di uccelli e fruscii, cose abbandonate

e cose tornate alla terra per un identico mutare.

 

… e tutto questo lo vedi in un solo apparire.

 

Vale come una recensione, e per certi aspetti anche di più, perché ha rifiutato la distanza, l’osservazione distaccata del suo oggetto, mettendosi invece a fianco, come a voler guardare lo stesso orizzonte, come uno stare sullo stesso sentiero camminando per un tratto insieme, o uno stare nella medesima “visione”. La supremazia della parola – con la quale tradizionalmente si interpreta qualsiasi espressione artistica – si ribalta e l’esito è straordinariamente efficace. Non il significato viene indicato, ma viene aperta una conversazione amicale dove le pause e i silenzi acquistano tutto il peso (e dunque anche la sostanza) del non detto. In questo caso, l’immagine allarga un po’ di più la soglia che consente all’eventuale lettore/spettatore di poter entrare a suo modo nella conversazione.