Nausicaa parla, in “Parole come dita”, Mobydick, 2011

Per me il volto di Nausicaa sarà sempre quello che le ha prestato Barbara Bach ne L’Odissea televisiva del 1968, così come Ulisse avrà quello di Bekim Fehmiu e Penelope quello della splendida Irene Papas, mentre la voce di Omero non potrà mai essere diversa da quella di Giuseppe Ungaretti. Un capolavoro, nel suo genere.
L’Odissea è uno di quei libri che non puoi non rileggere ogni tanto, e ogni volta è come trovarsi a casa dopo aver molto viaggiato e, come tutti i ritorni, la casa pur restando sé stessa è cambiata. In essa ritrovi cose che sapevi, ma scopri anche cose che forse hai dimenticato o forse mai saputo.

Così è stata la lettura che feci quasi una decina di anni fa, e in quell’occasione ho immaginato l’incontro tra Nausicaa e Odisseo. È una Nausicaa innamorata che avrebbe voluto trattenere quell’uomo molto più vecchio di lei venuto dal mare, e che al mare sarebbe tornato per diventare quello che per noi è diventato. L’incontro stesso tra i due è emblematico: un’attesa, e in quest’attesa una distanza mai colmata. Ulisse è arrivato a Scheria per ripartire verso Itaca, Penelope, Telemaco. Nausicaa era un’offerta che Ulisse non poteva accettare. Ulisse era per Nausicaa e i Feaci la loro condanna alla sparizione. Il suo voler tornare a ogni costo a Itaca, e il dono dei Feaci di volerlo accompagnare con una loro nave, significava dare realtà a quella profezia di cui aveva parlato re Alcinoo, ma significava anche dare un seguito al lungo racconto di Ulisse che, narrando la propria disavventura, aveva assunto la funzione degli Aedi, i custodi della memoria.

Emblematico è anche questo: fu in nome dell’ospitalità che i Feaci scomparirono, e lo fecero con consapevolezza.

Mi immedesimai nello stato d’animo di Nausicaa, e quel che ne uscì lo inserii in “Affioramenti”, la prima sezione di Parole come dita, una sezione tutta dedicata alla rivisitazione di alcune figure e miti della Grecia Antica. Sicuramente un azzardo, eppure il mito è anche questo: un continuo adeguarsi al cambiamento.

 

Nausicaa parla

 

Qui il fiume omaggia il mare

e il mare si offre ospitandone il dono.

Al largo gonfia l’onda

che sulla riva brusisce la voce

dell’abisso. Nell’aria,

l’aroma acerbo di forme occultate

dal giro d’orizzonte

muove lo sguardo indicando l’indizio

di un probabile viaggio.

 

Certe cose non è il tempo a insegnarle:

si sentono. L’amore

viene semplicemente in controvento,

s’addossa al petto, pigia,

allacciandoci stretti al gesto largo

di un aroma in scirocco.

 

Nel timore tremendo di toccarmi

si avvicinò, sentendo

l’odore del mio corpo ammorbidito

da tessuti sciacquati

in acqua dolce che disseta le smanie.

Ma non poté distinguermi.

I sogni dopo il naufragio si smorzano,

ogni viva speranza

resta in disparte mietendo abbandoni.

 

Contro quel mare glauco

il suo sguardo divenne il mio traguardo,

mi ritrovai rivolta

verso la febbre di quel sogno perso,

mentre nubi rosate

segnavano distanze sulla sabbia

che noi non calpestammo.

 

Non percorremmo neppure parole.

Sulla pelle ascoltai

il silenzio di un mondo in lento viaggio:

fu cadenza di remi

seguendo rotte dettate dagli astri.

Ne compresi il destino,

ma nel mio porto tentai di ormeggiarlo.

 

Con gli occhi lo guardai;

poi in umido antro li chiusi. Stupendo,

lo sentii con il cuore.

Lo seppi già altrove, stretto in affanno

agli albori di un’era

che soltanto scrivendo darà senso

e vita alle sue storie.

 

Fui l’ospitale occasione negata,

l’ultima offerta al viaggio

custodita nel corpo che non vide,

o per scelta non scelse

preso ormai da fatale nostalgia.

Sperai d’essere approdo:

fui invece appoggio per l’ultimo passo.

 

Non sentì che il ritorno

poiché desiderando non si ha pace,

e mentre scruto il mare

e l’orizzonte svuotato dal vento,

ora comprendo il senso

che per lui ebbe il guardarmi attraverso.