Mark Strand, una poesia da “Porto oscuro” (1987), in “L’inizio di una sedia”, Donzelli, 1999

Difficile dire sul dolore qualcosa di più di quanto analiticamente ha scritto Salvatore Natoli nel suo L’esperienza del dolore. Le forme del patire nella cultura occidentale (Feltrinelli, 1986). Eppure la poesia – quando, scrivendone, non se ne compiace chiedendo al lettore commiserazione, o peggio proponendosi proprio di impietosire, o ancora scivolando nel patetico racconto delle proprie disgrazie – può mostrarci del dolore molto spesso aspetti della vita che portano ad approfondire il nostro stare al mondo, anziché cadere nelle mani della rassegnazione, dello sconforto, dell’abbandono.
È lo stesso Natoli a suggerirlo, proprio mentre mette in dubbio la capacità consolatoria dell’arte: «È stato detto che l’arte nasce dal dolore e giunge all’uomo come consolazione: sarà anche vero, ma questa non è la sua unica dimensione. Casomai bisogna perfezionare la formula dicendo che l’arte in tanto consola perché è capace di metterci in una diversa relazione col dolore permettendoci di guardarlo. Ed in tale visione appare il mondo nella sua interezza e nella sua ambiguità, come effettualità e come richiesta di senso».
Il dolore ci interroga. Certo malamente, a volte davvero con forza e violenza, e tuttavia ci obbliga a riflettere, a cambiare il nostro punto di vista, a guardare in profondità la nostra vita, a volgerci agli altri sia quando sono consolatori, sia quando sono indifferenti, a intrattenerci di fronte alle sfumature di ciò che ci circonda ma spesso trascuriamo, semplicemente perché apre la nostra interiorità di fronte soprattutto a noi stessi.

Mark Strand, in questa poesia, non si concentra sul dolore di cui nulla ci dice, ma sulla sua fine accaduta in un passato remoto, eppure ancora in grado di rinnovarglisi nel ricordo con stupore quando il mondo circostante, d’un tratto, cambia aspetto. Grazie al dolore, al dolore attraversato e (in senso lato) anche accolto, ripensando a quel dolore gli resta il ricordo della sua fine, quando fu come se la percezione si aprisse verso una realtà che non è “altra”, che non è mai “altra” se noi stessi non ci apriamo ad altro. Ed è poesia meditativa, che non indugia sulla pena, bensì sullo stato di “grazia” raggiunta da una nuova consapevolezza.

Tanto tempo è passato eppure pare
ieri, nel momento più nel cuore dell’estate,
quando percepimmo la scomparsa del dolore,
 
e vedemmo oltre i muri scabri di pietra
la carne delle nubi, appesantita dal profumo
del deserto del sud, sollevarsi in un generoso
 
traboccare di mitezza. Pare ieri
che stavamo presso il cancello di ferro in centro
città mentre il respiro gonfio di polline
 
del vento trascinava l’ombra delle nubi
attorno a noi perché sentissimo la forza
della libertà mentre ancora prigionieri del buio.
 
E poi quando la pioggia cadde ad allagare le strade
e sentimmo lo sgocciare sul portico e il vento
che faceva frusciare le foglie come carta, come spiegare
 
la contentezza allora, il modo speciale in cui le voci
cancellavano ogni segno del dolore che era stato,
la sua violenza, i suoi terribili presagi della fine?

(trad. Damiano Abeni)

L’immagine: John Constable, Studio di nuvole, 1821