Mario Luzi, “Lui, la sua arte”, parte seconda

Che la creazione artistica o poetica per Luzi sia pervasa dal mistero, e a esso si rivolga, lo rivela tutta la sua poesia, posizionata con cura sull’orlo del terrestre che si affaccia al celeste. Nel Simone Martini, e particolarmente nella sezione intitolata Lui, la sua arte, questa posizione è più che evidente, anzi, ne è l’oggetto e su esso riflette.

 

Stelle alla prima apparizione

                                   esse, le immagini,

                                   non meno le parole.

                                                                        Sbocciano

all’orlo in luce dell’estremo niente

appena sopra il baratro

della non conoscenza.

 

Maria è il legame tra i due mondi, terrestre e celeste, e Luzi, figurandosi Simone mentre la dipinge, coglie l’occasione per rivelare, negli ultimissimi versi, il terrore dell’artista, e quello del poeta.

 

Rimani dove sei, ti prego,

                        così come ti vedo.

Non ritirarti da quella tua immagine,

non involarti ai fermi

lineamenti che ti ho dato

io, solo per obbedienza.

Non lasciare deserti i miei giardini

d’azzurro, di turchese,

            d’oro, di variopinte lacche,

dove ti sei insediata

                                  e offerta alla pittura

                                  e all’adorazione,

non farne una derelitta plaga,

             primavera da cui manchi,

mancando così l’anima,

il fuoco, lo spirito del mondo.

Non fare che la mia opera

ricada su se medesima,

                                  diventi vaniloquio, colpa.

 

Questi ultimi tre versi hanno il suono dell’implorazione, e rivelano il senso dell’opera di Luzi, il suo modo di interpretare la figura del poeta, la sua concezione di poesia intesa come strumento di conoscenza, non certo esaltazione narcisistica dell’Io.

L’immagine: Simone Martini, Annunciazione