Mario Luzi, “Lui, la sua arte”. Parte prima

Mario Luzi (1914-2005) apre con una domanda la sezione del Viaggio celeste e terrestre di Simone Martini (1994) dove le riflessioni sull’arte del poeta e del pittore si confondono, si scambiano, si toccano e si accompagnano. Dove ancora più chiaramente si manifesta il rispecchiamento dell’uno nell’altro. Lui, la sua arte è una dichiarazione di poetica, ma in qualche modo è anche una sommessa teologia dell’arte, per quanto sia soprattutto una convinta ontologia dell’esistente.

 

Dove mi porti, mia arte?

in che remoto

deserto territorio

a un tratto mi sbalestri?

 

In che paradiso di salute,

di luce e libertà,

arte, per incantesimo mi scorti?

 

Mia? non è mia questa arte,

          la pratico, la affino,

le apro le riserve

umane di dolore,

                               divine me ne appresta

lei di ardore

e di contemplazione

nei cieli in cui m’inoltro…

 

                      Oh mia indecifrabile conditio,

                      mia insostenibile incarnazione!

 

L’arte come dono, e come tale non una proprietà. Un dono che è in potenza e richiede sacrificio e cura affinché sia dono ben meritato. Un strumento in grado di penetrare più profondamento l’umana condizione, e quindi in qualche modo anche una dannazione. E insieme salvezza, o maggior comprensione. Luce.

 

Sono oscuri

il turchese ed il carminio

nei vasi e nelle ciotole,

                                         li prende

la notte nel suo grembo,

li accomuna a tutta la materia.

 

E luce che stacca i colori dalla materia, ma staccare i colori dalla materia non basta. Così, all’alba, quando il giorno inizia a schiarire, il dubbio permane ancora nella domanda.

 

 hanno

incerta come lui la sorte

i colori o il risveglio

per loro non è in forse,

la luce non li inganna, non li tradisce?  E stanno

nella materia

                                                                        o sono

nell’anima di colori?

 

E la domanda dai colori passa al pittore

 

Arte, cosa m’illumina il tuo sguardo?

la vita o la memoria

della vita? i suoi lampi,

la sua continuità?

del sempiterno fiume l’alveo o il flusso?

 

Scegliere tra il mutare o il permanere, / l’effimero o il durevole è fuorviante: il fiume è insieme alveo e flusso. Non l’essere né l’apparire è compito dell’arte, poiché

 

[…] sciocco era distinguere,

                                                 variavano le parti,

operavano due diverse guise

di un’unica vivente fedeltà

e lei ne era l’immagine,

acqua ed agata, olio e sangue.  Amen.

 

Altrove (nella famosissima Vita fedele alla vita), per altre esigenze ma per equivalenti interrogativi, aveva concluso: sebbene non importi, sebbene sia la nostra vita e basta.

 

[prosegue]