Mariella Mehr: una poesia da “Ognuno incatenato alla sua ora”, Einaudi, 2014

La vita di Mariella Mehr ha le radici nel popolo zingaro degli Jenish. Essendo nata nel 1947 non ha patito le persecuzioni del nazismo, bensì quelle dell “Pro Juventute”, un’associazione svizzera che strappava i figli alle famiglie jenish per rinchiuderli in istituti di “rieducazione” (grazie al programma “Recupero dei bambini di strada” attivo dal 1926 al 1974), e poi affidarli ad altre famiglie. Lei stessa fu strappata ai suoi genitori, e a lei stessa fu strappata una figlia. La sua ribellione al sistema le costò ricoveri in strutture psichiatriche (con tanto di elettroshock e terapie chimiche) e un paio di anni di carcere.
Si potrebbe parlare dei legami della sua poesia con quella di Paul Celan e di Nelly Sachs, parlare della sua più che eloquente prosa (Il marchio, Labambina, L’accusata), si potrebbe anche commentare il lungometraggio (Dove cadono le ombre) che ha girato Valentina Pedencini per raccontare la pena Jenish, attraverso la storia e le opere della Mehr. Tuttavia, credo che già una poesia come questa possa indicare una strada per la comprensione, almeno per quei pochi che ancora non sono affetti da autismo sociale.

Ancora ti prospera il fogliame intorno al cuore
e una fresca presa di sale
impregna il tuo sguardo.
 
Di me nessuno vuol sapere,
di chi io sia la spezia
e di quale amore la durata.
 
Spesso canta il lupo nel mio sangue
e allora l’anima mia si apre
in una lingua straniera.
 
Luce, dico allora, luce di lupo,
dico, e che non venga nessuno
a tagliarmi i capelli.
 
Mi annido in briciole straniere
e sono a me parola sufficiente.
Effimero, mi dico,
perché presto cesserà ogni annidare,
 
e scorre via il resto di ogni ora.

L’immagine è tratta dal lungometraggio di Valentina Pedicini Dove cadono le ombre, 2017.