Maria Luisa Vezzali, “Tutto questo”, puntoacapo 2018

Ha ragione Stefania Portaccio a scrivere, nella postfazione di Tutto questo (puntoacapo 2018, prefazione di Elio Grasso), che “peso e caduta” sono i fondamenti della poetica di Maria Luisa Vezzali. Peso, caduta ma anche (o dunque) corpo la cui esposizione corrisponde, nella filosofia di Jean-Luc Nancy, all’esistenza stessa.

 

Il corpo è il luogo dove l’esistenza accade. Esporsi significa quindi accettarsi, vicinanza a sé stessi al punto di acquisire forza dall’instabilità e dalla fragilità della nostra esistenza. Consapevolezza che vuol dire essere presenti a sé nel mondo, consapevoli della propria esperienza e concedendosi quelle “amnesie” che permettono l’accesso alla meraviglia. Da qui la bellezza, che è conquista e “riconoscimento”:

 

della bellezza

 

bellezza è quell’armonia dolcemente

crocefissa nel rilievo dell’onda

che riconosce come un luogo

frequentato a lungo in un passato

che non è nel tempo

ma sul tetto della piramide

sfinge scava senza fine nel petto

il pozzo del dono che non fa rumore

 

Da qui l’amore, che è concessione e abbandono:

 

dell’amore

 

cadi qui

nel peso che non si può portare soli

nella sete che ti percorre la schiena

lasciandole in pegno due binari d’ustione

nel ventre che s’incurva

quando l’audio dell’esterno si spegne

e nel cerchio di caldo è apparecchiato il letto

l’obbedienza stolida delle cellule

segue l’odore scuro che comanda sulla pelle

e tu non vedi che il tuo stordimento nel viso di fronte

sotto le palpebre la grana scarlatta

che è la coesione del sangue

 

Da qui la comprensione, che è compassione e condivisione:

 

della comprensione

 

alle domande non ti neghi

rispondi con il gesto

notturno delle spalle

con la piega degli occhi, il collo chino

la mano sul capo

poggi i piedi sull’orlo

di una rampa erta e dura

da cui salgono strisciando a labbra aperte

incisi dai giorni e dalle spine

sei la saliva nutriente che li bagna

sei la coppa di terra che li accoglie

prometti quel che c’è da piangere

sai che frutterà

 

Questo libro è un lungo percorso di consapevolezza che non cede all’introspezione – già avvenuta e consumata – ma che si espone all’esterno, a quel mondo che Maria Luisa mette a contatto con la propria pelle, che è soglia tra interiorità ed esteriorità. Pelle esposta alla ferita e alla carezza, e non è detto che la ferita di oggi non sia la carezza di domani, e viceversa.

 

da custode del sangue

 

[…] nella mia mano

una pozza scura

 

fogliame in fermento

stagioni che sprofondano

 

linea della ferita

maturante la semina

 

dell’ostinazione

la mia mano

 

custode del sangue

sulla bocca leccami la paura

 

qui i giorni annichiliscono

siamo vecchi in un clic

 

le finestre tremano

in riva ai cumuli cola una scia d’aereo

 

è un mancamento passeggero

costruiamo mettiamo in moto curiamo

 

nella mia mano

i giorni figliano nidiate madide

 

di dopo

 

L’immagine è di Mirta Carroli