Marco Furia, “Tratteggi”, Anterem 2017

Quello di Marco Furia (Tratteggi, a cura di Flavio Ermini, Anterem 2017) è un libro costituito da piccolo brevi testi che, per lo più in terza persona (solo uno in prima) e al maschile (solo uno al femminile), raccontano le disavventure di un personaggio alle prese con situazioni e oggetti quotidiani, reagendo più o meno come ciascuno reagirebbe. Per esempio:

 

Essendosi resa necessaria, come già in passato, la sintonizzazione dei canali televisivi, utilizzò a tale scopo (non ben funzionante) comando a distanza: apparve così, su rettangolare schermo, articolato menu.

Compiuta, premendo il tasto “Enter”, idonea scelta, attese qualche minuto prima che i numerosi collegamenti fossero ripristinati.

Poiché la digitazione del numero corrispondente alla frequenza desiderata produsse, quale unico effetto, il comparire della scritta “Assenza di segnale”, dovette ripetere l’intera procedura.

Sarebbe riuscito ad assistere alla trasmissione “in diretta” d’interessante avvenimento sportivo?

Sgradita scritta, nuovamente apparsa, non consentì favorevoli previsioni.

 

Cosa ci racconta Marco? Verrebbe da chiedersi, ma credo che la domanda buona dovrebbe essere: come lo racconta? Perché ciò che racconta non sono altro che frammenti di un quotidiano insignificante. Di significante, il valore aggiunto per intenderci, è invece il modo.

 

Raggiunto, a passo sostenuto, rettangolare cartello indicante la fermata di urbano autobus n. 80, civico orologio, appeso allo spigolo di storico edificio, avvertendolo del ritardo accumulato, poiché elettronico quadrante non forniva, come avrebbe dovuto, alcuna informazione sul tempo di attesa, si avviò a piedi.

Mentre stava percorrendo, trafelato, un ripido tratto in salita, (veloce) pubblico automezzo n. 80 lo superò.

 

Quindi, c’è un al di là dell’ironia che abbonda in queste pagine, e c’è una riflessione che parte dalla citazione in esergo di Italo Calvino: «In questa predilezione per le forme brevi non faccio che seguire la vera vocazione della letteratura italiana».

Marco interrompe qui la frase di Calvino, peraltro tratta dalla seconda delle Lezioni americane dedicata alla Rapidità, che invece prosegue dopo una virgola con «povera di romanzieri [la letteratura italiana] ma sempre ricca di poeti, i quali anche quando scrivono in prosa danno il meglio di sé in testi in cui il massimo di invenzione e di pensiero è contenuto in poche pagine, come quel libro senza uguali in altre letterature che è le Operette morali di Leopardi». D’altra parte Leopardi, il 3 novembre 1821, annotava sul suo Zibaldone: «La forza dello stile poetico, che in gran parte è tutt’uno colla rapidità, non è piacevole per altro che per questi effetti, e non consiste in altro. L’eccitamento d’idee simultanee, può derivare e da ciascuna parola isolata, o propria o metaforica, e dalla collocazione, e dal giro della frase, e dalla soppressione stessa di altre parole o frasi ec.»

 

Tutto questo per dire che questo libro di Marco Furia non è quel che sembra…

 

 Escher, Mani che disegnano, 1948.