Marco Furia, “Pittorici idiomi”, 2018

Dopo essersi cimentato con quindici quadri di quindici artisti famosi (Iconici linguaggi, 2016), ora Marco Furia continua la sua indagine poetico-narrativa su tredici quadri di tredici artisti meno conosciuti (Pittorici idiomi, 2018), entrambi pubblicati dalla rivista on-line www.ebook-larecherche.it.
Lo schema è semplice: individua un’opera pittorica sulla quale scrive un breve testo iniziando dalla descrizione del quadro stesso, per poi proseguire con alcune riflessioni, brevi ma estremamente acute. Lo schema è semplice perché segue in linea di massima ciò che ognuno di noi fa davanti a un quadro: lo guarda, ci riflette. La descrizione che trascrive Marco direttamente dall’esperienza del guardare, documenta di fatto l’atto del vedere. Ci dice ciò che Marco vede, e vedendo seleziona, scarta o evidenzia, enfatizza o trascura. È come se in un certo senso “traducesse” il linguaggio del quadro in linguaggio verbale, pur nella consapevolezza della loro reciproca autonomia, ma al contempo ci dicesse anche ciò che ha attirato la sua attenzione. In tal modo la descrizione verbale del pittorico diventa l’oggetto dell’indagine, non più il quadro, poiché pur essendo entrata nell’opera da questa ne è poi uscita portando con sé soltanto ciò che con il linguaggio scritto ha potuto prendere.
Per esempio, davanti a Paesaggio montano norvegese di Johan Christian Dahl giunge a considerare che l’impegno del pittore «non è tanto rivolto a essere fedele a ciò che vede, quanto a non ingannare se stesso», che in fondo è l’operazione che Marco compie davanti al quadro, oltre che aggiungere una sfumatura etica (e psicologica) al concetto aristotelico di “verosimiglianza”.
Sempre a proposito di Dahl afferma che osservare un quadro «è riflettersi in una forma pittorica, scoprendo in certi tratti alcuni nostri lineamenti interiori», che è come dire che l’arte del guardare, se ben vigilata, ci educa a noi stessi, ci dà l’opportunità di avere un rapporto più stretto con la nostra interiorità. Più avanti (in relazione a Heinrich Hansen, Interno del palazzo, 1870-80), questo suo pensiero aggiunge un ulteriore tassello: guardando il quadro «subiamo l’influenza del suo fascino e, contemporaneamente, ci sentiamo del tutto liberi, ossia in condizione di aprirci ad argomenti nostri, originali, eppure in accordo con l’opera medesima». E ciò testimonia la natura “aperta” dell’opera, ovvero accogliente il nostro essere davanti a lei, di un’accoglienza che è tale se e soltanto se da noi viene esercitato il rispetto della sua unicità.
Il quadro di Max Pechstein, Tempesta sul campo arato (1910), lo induce invece ad affermare che «Il mondo in sé non è nemmeno enigmatico, semplicemente è: siamo noi a conferirgli senso e significato», pensiero che andrebbe collegato a quello che Marco esprime davanti a un ritratto dipinto da Alex Katz (Passing, 1962-64): «Il mistero, se è tale, resta irrisolto: durante la nostra intera esistenza si mostra, ma è privo di spiegazione».
Perciò Marco Furia non spiega l’opera, aspetta che si mostri, la cerca con il linguaggio verbale, e in questo ascolto rispettoso trova la giusta distanza per non sovrapporre a quel pittorico idioma la parola (che peraltro lo porterebbe a impattare «i limiti imposti dall’uso del linguaggio»), ma attraverso la parola metterglisi semplicemente accanto. Al quadro dà dignità di mondo, realtà a sé stante e autonoma, ma per farlo occorre anche che la sua stessa scrittura assuma una sua propria valenza di mondo e realtà. E ci riesce.

 

L’immagine è di Johan Christian Dahl, Paesaggio montano norvegese, 1819, olio su tela, Nationalmuseum, Stoccolma.


Iconici linguaggi: http://www.ebook-larecherche.it/ebook.asp?Id=205
Pittorici idiomi: http://www.ebook-larecherche.it/ebook.asp?Id=234