L’uomo dei confini. Controcanto (senza cetra) a Francesco Benozzo

Prologo
Gli ultimi due versi con i quali Francesco Benozzo congeda il lettore di Onirico geologico, mettono in chiaro la linea lungo la quale si innesta e si sviluppa la sua personalissima ricerca poetica: “Nei gesti di un Neolitico mai estinto / mette le radici la parola del poeta”.
A parte la questione ancora aperta su quando sia nato il linguaggio verbale, ciò che qui affascina è proporre la nascita della poesia al di là del linguaggio, e la sua collocazione nel mondo della gestualità.
Se così fosse, allora la poesia potrebbe essere qualcosa di altro, o più complesso, da quello che nel tempo di essa si è venuto a percepire. Nel ricorso ai gesti per individuare le radici della poesia, credo si nasconda il senso stesso della poesia, la sua più profonda essenza. Il fatto poi che si sia sviluppata attraverso l’espressione verbale non deve fuorviare: la parola poetica a mio avviso mantiene comunque le tracce di una sua propria gestualità nel momento in cui è per davvero “poetica”. Fatico, per esempio, a non considerare gestuale, in senso ovviamente lato, la punteggiatura e il verso, l’enjambement o anche le figure retoriche, e comunque tutti quegli elementi che segnano nella dizione poetica un cambio di ritmo e di tono nella voce e dunque nel senso. Insomma, tutti quegli aspetti formali, ritmici, sonori, che si sono persi da quando abbiamo tolto “respiro” alla poesia, e abbiamo iniziato e privilegiare la lettura mentale. Una lettura, cioè, volta a cogliere della parola il suo significato linguistico, smarrendo conseguentemente la capacità di percepire lo sconfinamento in quell’indicibile al quale la parola poetica aspira, e che comunque può esprimere attraverso l’ampiezza della sua sonorità.
Oltre a questo, sospetto che la poesia possa essere ancora qualcosa di più. Sia cioè quell’attenzione e quella cura, stupita e meravigliata, che si può trovare – sebbene a livelli differenti – in qualsiasi opera dell’uomo, al punto che forse prima esiste il poetico, e poi la poesiache è la capacità di vederlo e di rivelarlo, forse anche immaginarlo.

Onirico Geologico

Ecco l’atteso promontorio d’arenaria / ecco le porte del diluvio e del tempo”. Con questi versi inizia il poemetto, e l’inizio contiene già in qualche modo alcuni punti fermi della poetica di Benozzo.
La parola chiave è “arenaria”, alla quale per associazione ne consegue un’altra, che è “sedimentazione”. La sedimentazione ci dice che i tempi convivono nel medesimo tempo, cioè che questaroccia arenaria è frutto di una riorganizzazione a strati del tempo e dunque in sé conserva tutto il passato possibile. Quindi, per metafora, l’arenaria è appunto una porta del tempo, e forse è tutto il tempo che, a ben guardare, converge nel presente.
“Ecco”, dice il poeta davanti alla soglia, e questo avverbio richiama l’attenzione per qualcosa che accade in un preciso momento, un qui e ora talvolta così rapido e immediato che nessuna forma di conoscenza può soccorrere: “niente tettonica, logos, ontologia / le fiabe della scienza, le fandonie dei filosofi”, né occorrere: “non cerco nulla dietro i fenomeni del mondo”.
In quel “Ecco” non c’è tempo per nessuna indagine, e nessuno strumento può essere afferrato, poiché l’unica cosa possibile è l’abbandono a ciò che è, una semplice presa d’atto, un’immersione totale nella realtà nel suo accadere. È qui che il poeta si fa uomo dei confini, fermo sull’uscio, sulla soglia del tempo e dello spazio.
Strano fenomeno quello del confine. Non ha estensione eppure fa spazio e tempo, un di qua e un di là, oppure un prima e un dopo, che senza esso sarebbero uniti. Il confine divide, genera differenze.
L’uomo dei confini abita quella non-estensione, ma lì si pone non tanto come guardiano, piuttosto come abitante e osservatore, o appunto come cantore. In fondo ogni poeta, e ogni artista, è uomo di confine che fa da ponte tra il dicibile e l’indicibile, tra il visibile e l’invisibile, tra il silenzio e il suono. Il confine delimita e può diventare frontiera, ma l’uomo dei confini consente di unire i divisi attraverso la sua parola e il suo canto, perciò lui stesso si fa passaggio nell’intento, tuttavia, di “custodire invece di diffondere / l’animale selvatico fa piano / la montagna si sottrae manifestandosi / nel silenzio eloquente delle rupi / sento il ronzio del mio sangue sotto la pelle / si agita e scorre in questa sera senza nuvole // nell’unico tempo tangibile che conosco”.
Mimetizzazione? Forse. O magari immedesimazione, la condizione necessaria per “accordarsi” con la natura che si manifesta senza mostrarsi, che non conosce uno spazio e un tempo che non sia il qui e ora. E questa è una matrice che lo accomuna a Derek Walcott, d’altra parte entrambi poeti epici, al punto che un verso come questo: “fondo col passo un’epica delle maree”, l’avrebbe potuto scrivere anche il caraibico, per quanto un punto di contatto che meriterebbe per sé una trattazione a parte, tant’è complessa, è la posizione conflittuale di entrambi nei confronti della Storia.
Tornando all’immedesimazione, possiamo figurarci Benozzo in mezzo alla natura selvatica dell’Appennino. Suoni, colori, odori ovunque. La più completa solitudine, a parte la natura. Il più completo silenzio, a parte nuovamente la natura. Ciò che accade è tutto ciò che è.
Nell’amplificazione dei sensi tutto è in movimento, apparentemente ciascuna parte per suo conto. Una foglia vibra lì, un cinguettio accade più in là, da un’altra parte succede un fruscio, qualcosa là dietro colora, un’ombra oscura. Tutto si muove che sembra disordinato e niente ubbidisce a qualche regola, come un diluvio tutto si avventa in questo preciso presente. Tutto si confonde e tuttavia “niente può più turbare questo disordine / senza passato, senza soglie di attesa // rara, spoglia, liquefatta alluvione / questa mattina io sono per sempre / questa mattina”.
Siamo alle soglie di una trance dove io e mondo si fondono e si confondono. Dove il poeta è “come una statua nella nebbia dell’epica”.
Qui, ora, bisogna entrare fisicamente, immergersi, essere per davvero l’uomo dei confini. E allora la cetra diventa lo strumento in grado di trovare l’accordo giusto con l’attorno, con questo mondo talmente materiale da divenire paradossalmente immateriale. Le note della cetra, le sue melodie, quel pizzicare che quasi è un percuotere l’aria, o un percuotere la soglia come fosse un bussare a una porta, permettono di entrare in contatto con il movimento, il ritmo, di ciò che accade.
Da quella soglia che la cetra percuote sarebbe possibile passare, ma è più probabile che venga oltrepassata da ciò che è al di là. Ecco allora le parole. Gettate nel mondo secondo un processo che potrebbe essere simile alla scrittura automatica, ma non lo è. Non del tutto, almeno, perché l’associazione libera in Benozzo avviene attraverso il medium della cetra. Parole e suono si trovano da sé poiché “sentiero non c’è sentiero / passato non c’è passato”.
La storia, che non è Storia, adesso rivela che ciò che le parole raccontano, o dicono, viene appreso “prima di nominarle – voce e respiro – / nella nuda grammatica dell’albero / nella logica anarchica delle frane / nella sintassi dei frammenti d’orogenesi”.
La cetra è una chiave, non per entrare, ma per fare uscire. L’uomo dei confini deve restare sul confine, e trascrivere con il canto ciò che gli viene dettato. La cetra è il legame con le radici della poesia, ed è anche il gesto che dà ritmo affinché la parola, già presente nelle cose, venga nominata.
Una parola che si scopre da sé, che proviene da un altrove in cui il poeta non ha accesso, ma che il poeta può interpellare (Cantami, o dea…).

Felci in rivolta

La visione onirico-apocalittica che aveva pervaso il primo poemetto, pervade anche il secondo così come pervaderà il terzo. In definitiva è una costante, la condizione spontanea del canto/poesia appreso attraverso l’immersione nella natura. Il verso in qualche modo accade spontaneo per suggerimento di ciò che sta accadendo, e viene percepito dai sensi. L’uomo si espone dal poggio che è confine, e di sé si dimentica. “Noi ci appartammo – poggio di confine – / per cercare parole come mari / sillabe bianche di segale chiara / e versi somiglianti ad altre isole”.
Più che cercare o aspettare le parole, è un farsi prendere (o sorprendere) da loro che si attiva grazie a una profonda e totale passività nella trance di un completo abbandonarsi. Una trance che porta a una dimensione originaria metaforizzata nell’infanzia, e che corrisponde figurativamente al togliere gli ormeggi (lasciare il conosciuto) alle “barche dell’infanzia / avide come noi d’imperfezione”.
Liberandosi dagli schemi razionali che pervadono il nostro sapere, positivisticamente voluto sempre a “distanza” dall’oggetto osservato, ecco che sappiamo l’uomo dei confini essere: “[…] l’uomo ossa-slogate / l’uomo azzurro dai passi impercettibili / che incede e inciampa – fango, scricchiolio – / che incede, inciampa, cuore a pezzi, grigio”.
Da quel poggio che si espone a chissà quale realtà (o abisso) l’uomo dei confini racconta:  “[…] dei campi indecifrabili // l’andirivieni incauto delle immagini / percorse dalle zattere del sogno // e la brezza di cose famigliari / sui convogli di case sparpagliate”.
Il mondo è caos, sembra dirci Benozzo. E il poeta? “Il poeta ama i versi che lo uccidono / il marinaio annegato ama quel mare / da sempre esiste un cuore tormentato / disposto a tutto per la fiamma che lo annienta“.
Il poeta è schiavo della poesia, eppure la poesia gli è necessaria per vivere quella vita che la poesia stessa al contempo gli toglie. In quel mondo caotico la poesia non fa ordine, e lo dice qualche verso dopo: “Omero e Dante hanno lasciato tracce? / debellato i latrati dell’inferno? / o le combriccole, ad Itaca, di proci?”
Certo che no. Omero e Dante non sono serviti a nulla. Al massimo la poesia lancia “sillabe-fiocine per spiaggiare l’abitudine / felci in rivolta alle frontiere dei villaggi“.
Le felci in rivolta sono una metafora del selvatico, del primitivo o dell’originario che ancora (e da sempre per sempre) permane. Il poeta stesso è una felce in rivolta, almeno il poeta che è Francesco Benozzo, a sua volta poeta dei “confini” che si pone come le felci in rivolta alle “frontiere” dei villaggi. Di questi due termini, confine e frontiera, Benozzo ne fa un uso che non deriva dalla loro etimologia. Piuttosto ne fa un uso “figurato” o, se vogliamo, intuitivo. Entrambe tracciano una linea che separa due spazi, due realtà. Ma mentre il confine (con-fine) in qualche modo dà la sensazione della con-divisione, ovvero di una linea dove due spazi contemporaneamente finiscono, la frontiera indica in un certo modo un fronteggiarsi.
L’uomo dei confini davanti al villaggio che è simbolo di una civiltà (la nostra) alquanto discutibile, si fa uomo delle frontiere, e assume l’aspetto della felce che più antica dell’uomo continua ad abitare lo spazio disorientato, “profano” direbbe Mircea Eliade, “mitico” puntualizzerebbe Ernst Cassirer.
Per il poeta non c’è nessun desiderio di rifondare il mondo (“ho perso lafede in versi controvento / nella parola che rifonda il mondo“), eppure il suo percorso lo compie “sempre scegliendo rotte controvento / sempre cercando vie di fondazione“.
Se ha perso la fede nella parola che rifonda il mondo, ciò non toglie che continui a cercare le vie di fondazione. Non la sostanza ma il modo. Non la meta ma il percorso. Non la fondazione ma il rito di fondazione. Non ciò che si dice, ma come lo si dice. Il rito. E infatti rituale è l’accompagnamento con la cetra, il canto e quello che potremo chiamare, sbagliando, improvvisazione: non può essere improvvisazione ciò che si adegua al mondo, semmai è ascolto, attenzione, cura. Compassione, nel suo significato etimologico. Solo dopo aver assunto queste posture, che sono le più primitive ma anche le più pure fonti di conoscenza, allora sarà possibile l’improvvisazione, che non improvvisa, semmai si “accorda”.

La capanna del naufrago
Tra le dimensioni care all’atto creativo, quella della solitudine gioca un ruolo rilevante. La solitudine la si cerca per la concentrazione che porta con sé la contemplazione, e su questa parola conviene soffermarci un poco.
Contemplare dal latino contemplum: con (per mezzo) del templum (spazio circoscritto del cielo). La contemplazione era l’attività divinatoria degli àuguri, che sollevando il loro lituo circoscrivevano una porzione del cielo dentro la quale osservare il volo degli uccelli.
La cetra di Benozzo, viene da pensare, non potrebbe essere il lituo degli àuguri? Solo che invece di essere un bastone ricurvo da sollevare verso il cielo, e all’interno osservare il volo degli uccelli, la cetra circoscrive con le sue note uno spazio e un tempo di sensibilità, dentro il quale le parole si dispongono.
Comunque sia, per estensione, chi contempla isola sé stesso per non distrarsi, e isola l’oggetto della sua attenzione per concentrarsi. Questa è la solitudine nell’atto creativo. Se la solitudine di per sé è passiva, è anche vero che ciò che genera è un’attività laboriosissima. La capanna del naufrago non è un poema “sulla” solitudine ma è un poema che parla (canta) “dalla” solitudine. Da quella solitudine che azzera i tempi, o li confonde tra lo spazio della memoria e l’orizzonte dei presagi, dunque nel territorio della visionarietà, che è il modo poetico di fare esperienza della vita.
A conti fatti di questa dimensione Benozzo ne parla anche nei due precedenti poemetti, ma come condizione data, non come oggetto evidente della sua poesia. In questo terzo poema, che si caratterizza dagli altri anche per una diversa consapevolezza del suo fare poesia, diventa invece protagonista.
Per raggiungere la solitudine è necessario distaccarsi da sé, dalle proprie abitudini, spezzare il legame con la propria storia e separarsi da ciò che di materiale e di immateriale rappresenta il nostro mondo interiore ed esteriore. Dunque anche dal futuro, poiché rompere con il passato significa necessariamente rompere con tutti i tempi, tanto più con quello in germe. “Vaghe cose invisibili e lontane / quelle più tristi e belle, cose di sempre / che mai avrei pensato di poter perdere. / Ma i giochi erano fatti, i conti chiusi / e tutti i sogni, marciti come cortecce, / galleggiavano al largo del naufragio”.
Non è cosa che accade da sé, per accidente: il naufragio in Benozzo è atto volontario, forse anche esercizio e disciplina: “mi decisi a sfidare solitario / la parodia del mondo senza più albe / e diventai una voce immaginaria“.
Dubito fortemente che per “parodia” Benozzo intenda il significato che l’uso comune ne dà, ovverossia una mala copia semiseria del mondo, ma la parōidíae cioè qualcosa di simile(parà)al canto(odè) del mondo senza più albe, cioè senza più origini in quanto il mondo si origina sempre e mai. E non pensiamo che l’immaginariodi quella voce sia aggettivo (un sinonimo quindi di inesistente), ma pensiamolo come sostantivo (ovvero produttore di immaginazione).
In questo contesto, quindi, la solitudine è salvezza: “Anche ai giorni più bui ho reso grazie / anche alle notti vuote che s’abbrunano / sbarrando il corpo, tormentando gli occhi / appiccicando sabbia sui capelli. / Smisi per sempre di pregare. Smisi / di scorgere altre vie sui promontori”.
È dopo aver perso tutto, dopo aver mollato gli ormeggi dal passato, è dopo abbandonato le cose che non si pensava di poter perdere che, finalmente, l’uomo dei confini inizia a sentire il mondo diversamente: “incominciai – ricordo – in quel momento / a cercare il rumore delle cose / a scandagliare voci meno chiare / a trasformare gli argini in gomene / a costruire una dimora insolita”.
In altre parole a vivere una vita autentica, slegata dalle abitudini e dalle convenzioni, disancorata dalle false certezze e dai fattori rassicuranti, ma soprattutto a fondare il proprio essere sulla percezione assoluta del mondo, all’interno di un immaginario che non si fatica a intendere come mitopoietico. Al punto che una libellula che si stacca dal sasso dov’era posata, e frulla l’aria nel suo volo fuggendo dalla nostra presenza diventa: “Un soffio di libellula si scosse / lasciò il sasso intarsiato d’ametista / e invece di fuggire o di nascondersi / si tuffò incauto verso il cielo in marcia”.
Forse è pleonastico, ma lo si rimarca lo stesso: non la libellula fa tutto questo, bensì il soffio della libellula. Potenza della fantasia? Oppure diversa conoscenza del mondo? Certamente non delirio. Probabilmente visionarietà, un trovare il senso recondito delle cose. Scandagliare il mistero della vita “scompaginando le frontiere note / sul mondo intriso, zuppo, senza memoria”.
Lo sguardo poetico, il suo canto, la sua fattiva e non passiva perlustrazione della realtà, il suo spostare l’asse percettivo attraverso una visione obliqua, non deviante, ma semplicemente disincantata è “rivelazione”. Ma Benozzo avverte: “Sempre, di fronte alle rivelazioni / sappiamo solo attenderne la fine / sempre ci basta un letargo inatteso / per mutare un presagio in abitudine”.
Che cosa potrebbe voler dir attendere la fine di una rivelazione, se non attendere che sia compiuta per portare a ragione il suo significato? Quando invece è nel suo continuare a essere sé stessa che la rivelazione possiede la sapienza, così come i “misteri” venivano posseduti e conosciuti soltanto all’interno del “rito”.

Epilogo
Francesco Benozzo è un cantore, un aedo, un bardo, a suo modo è anche uno sciamano che compone poesia lasciandosi trascinare dai suoni esterni, quelli che va ascoltando, e dai suoni interni, quelli che nel frattempo produce con la sua arpa celtica. Sa che la poesia è sempre stata suonosenso, per dirla con Antonio Prete, ma non cerca modi nuovi per dirla, semplicemente spinge le parole ben oltre la sonorità per incontrare la musica, dare un senso alla sua sonorità, senza per questo essere un cantautore. C’è la natura che lancia il suo “la”, c’è la poesia che s’inserisce in questo mondo del tutto autosufficiente, e cerca di dire la sua o, meglio ancora, si lascia dire sull’onda di quel concerto di suoni, colori, forme, odori… che è il mondo, e c’è la cetra che unisce, come fosse un ponte tra natura e cultura, e lì, su quel ponte, deve restare l’uomo dei confini.
Eppure la parola, quella scritta, regge anche per conto suo, come se la carica energetica rappresentata dal hic et nunc di natura e cetra l’avesse impregnata in modo indelebile, e a leggerla (ad alta voce) anche per conto nostro qualcosa resta, come resta sempre nei versi della poesia autentica, poiché ogni poesia è poesia dei confini, spazio/tempo senza estensione condiviso tra l’autore e il lettore. L’autore getta il ponte, ma è il lettore a doverlo attraversare.

Mobbiano (Val di Lima), luglio 2017