Luigi Trucillo, “Altre amorose”, Quodlibet, 2017

È raro trovare poeti che, libro dopo libro, continuano a crescere e dunque a sorprendere il lettore. Luigi Trucillo, per me, è uno di questi. Dal suo esordio nel 1995, fino a questo 2017, per sei volte consecutive non si accontenta di sé stesso, e anche quando torna idealmente indietro lo fa con un balzo in avanti. Ne è testimonianza l’ultima raccolta Altre amorose (Quodlibet, 2017) che segue di tredici anni i temi esplorati in Le amorose (Quodlibet, 2004).

Perché scrivere poesie d’amore, spiega nella poesia che apre il libro.

 

Prima di tutto perché ci sei tu,

e questo nostro nodo inestricabile

dalla loro filo di sollievo.

forse tutto è già stato detto,

ma al loro interno la tradizione si accosta

all’inquietudine di ciò che vogliamo,

perché se il passato è un paese straniero

il desiderio conosce.

Cercando te

ho imparato che tutto è difficile e semplice,

e che ogni parola trovata

ha il respiro dell’istrice

e il riverbero di fuochi lontani

dove la paura era gioia

per tutto ciò che affiorava

bruciando nell’immaginazione.

Così ancora adesso

quando mi muovo al nostro battito

mi inoltro in una scoperta possibile,

e so che ciò che offre un corpo alle lettere

è una sostanza flessibile e schiva,

come tutto ciò che si evolve

nella scia d’oro della gratitudine

e ha rinunciato al controllo.

 

Anche se la presenza della donna ricorre qua e là, sbaglieremo se pensassimo queste poesie come scritte per una (o più) donne. È come se l’amore intimo portasse come frutto l’amore e basta, la giusta postura nel mondo. Il guardarlo e il viverlo, lo starci, con l’attenzione e la cura necessaria per non svilirlo e, contestualmente, svilirci in esso. L’amore è dunque atteggiamento, dimensione etica, punto di riferimento, “misura”. E se l’amore intimo sembra il tema del libro, è soltanto perché da quella dimensione è più facile prendere spunti per la relazione con qualsiasi “altro”. Il titolo, d’altra parte, pone l’accento non sull’amore ma sull’amorosità, e la citazione di Holderlin scelta a epigrafe del libro recita: Il nostro cuore non conserva / l’amore per l’umanità / se non ha uomini da amare, che di per sé è già un manifesto.

Poesie come questa:

 

Le cose

hanno nomi

e diventano 

quando vengono usate, 

per questo appartengono

alle tue mani

come me

quando sono.

 

o versi come questi:

 

[…] Da una strada senz’ombra

mio padre diceva

che si salva un senso

solo nel fare un figlio,

scrivere un libro

o piantare un albero.

[…] E che l’albero si giudica dai frutti,

ma nello scompiglio dei giorni

c’è un’impronta iniziale dei rapporti

che ci trasmette le polpe diverse del futuro

restando intima

ed acerba.

 

o ancora in questa poesia dedicata ai Vecchi:

 

Col battito ammassato della neve

i vecchi vivono

nel centro più sottile dell’umano,

e chi si occupa di loro

rasenta quel bordo trasparente

fitto di lacrime e indulgenza.

Tra te e l’altro,

con il suo antico orlo di ermellino

la solitudine non è mai qualunque,

così quando li prendo sottobraccio

capisco rallentando

cos’è l’evanescenza

di un vaso Ming.

 

e anche nella Trilogia dell’Egeo, troppo lunga per stare qui, confermano quanto Antonio Prete ha scritto per un altro bel libro di Trucillo (Darwin, Quodlibet, 2009), e cioè che si tratta “di un canto che ha intonazioni epiche e insieme intime […], e fa sentire nelle sequenze delle parole il respiro di tutto ciò che è vivente”. Infatti il timbro vocale delle poesie di Trucillo è basso, un parlato meditativo che è racconto senza alcuna voglia di stupire, ma soltanto di stare dentro a un dialogo. La relazione che instaura è confidenziale, e il tono scelto indica prossimità con il lettore che di lui si sente interlocutore privilegiato.