Lorenzo Calogero

Non c’è niente di eclatante nella vita di Lorenzo Calogero (1910-1961). Una vita anonima, e condannata dall’incapacità di viverla. La professione medica, praticata a singhiozzo, si conclude con le dimissioni sia per la sua cattiva salute, sia per non aver ottenuto la fiducia dei suoi pazienti. Diversi ricoveri in una clinica per malattie nervose, due tentativi di suicidio. Anche la sua morte, definita “misteriosa”, resta anonima.

Lo ritrae benissimo questa fotografia:

 

In piazza Duomo a Milano, dove si reca per chiedere ragioni a Luigi Einaudi di due sue raccolte di poesia che, pare, non furono mai ricevute. Occhiali spessi e cappello in testa. In una mano regge la cartella con il braccio piegato. L’altra mano è infilata dentro la tasca del cappotto, che si alza come se stesse estraendo qualcosa  e questo qualcosa facesse resistenza. Attorno ai piedi un nugolo di piccioni. Una figura sbilenca, come sbilenco è il suo sguardo, fisso e diffidente verso l’obiettivo. Chi gli ha scattato questa fotografia?

Una figura anonima.

Eppure la sua poesia ottiene l’attenzione di una folta schiera di critici e poeti, tra i quali Carlo Betocchi, Leonardo Sinisgalli (più di tutti), Eugenio Montale, Mario Luzi, Giorgio Caproni, Silvio Ramat…

La sua poesia rifiuta i canoni, non certo per partito preso, ma semplicemente per inadeguatezza alla loro artificiosa rigidità.

Calogero appartiene a quella folta schiera di uomini resa anonima e afona dalla propria autenticità, dal non appartenere a nulla, dal senso estremo della loro vita schiva. Da un’idea di poesia non preconcetta, ma nata esclusivamente dalla profonda necessità di essere scritta.

 

 

 

Escursione pei campi

 

Camminavo per infiniti campi

a l’altezza del sole.

Sillabavo a pena

la canzone che mi voleva uscire,

dalla gola arsa, chiusa,

come una gamma

di preziosi colori.

 

Uscivo dalla finità del tempo.

 

Dovevo morire

per rinascere dalla morte

sì come volevo

e, non accorgendomi,

badare all’Infinito

sempre presente

a quest’anima calma.

 

Posavo la mano su un sentiero

ed ascoltavo.

 

Fuga di pensieri

 

Fuga di pensieri lontani.

Mi percuote un’onda fugace

dentro una dolcezza non vana

di ultimi pensieri non miei,

segreti neri non veri angosciosi.

 

Quanto ho disperso mi guarda,

mi grida o mi sgrida. Lontano

mi risveglia in un grido e mi guida

sopra una riva,

nei teneri tuoi occhi,

perduta fuori di mano.

 

Ho perduto ciò che non sapevo

e custodivo gelosamente, quando angeli stanchi

sulla cima mossa dormente degli alberi

fredda non odono, nel freddo velo

buio scarno che spira

nella mattina secca a ponente.

 

Vieti pensieri, rapidi occhi

voi passaste e viveste un’ora sola.

Un sordo brivido svapora

dai miei sentimenti

nei tenui tuoi occhi

dormienti.

 

Lettera d’amore

 

Mandai lettere d’amore

ai cieli, ai venti, ai mari,

a tutte dilagate

forme dell’universo.

Essi mi risposero

in una rugiadosa

lentezza d’amore

per cui riposai

su le arse cime frastagliate loro

come su una selva di vento.

 

Mi nacque un figlio dell’oceano.

 

Lorenzo Calogero, Parole del tempo, a cura di Mario Sechi, introducendo. di Vito Teti, Donzelli, Roma 2010.

Lorenzo Calogero, Avaro nel tuo pensiero, a cura di Mario Sechi e Caterina Verbaro, Donzelli, Roma 2014.