L’esordio, dal Libro delle immagini di Rainer M. Rilke

Se una poesia nella sua interezza potesse essere tradotta in una spiegazione o in una descrizione, allora la poesia e tutta la fatica impiegata per scriverla sarebbe inutile. Certo, la spiegazione e la descrizione sono rassicuranti, ci aiutano, ci appoggiano dove il terreno ci è più congeniale. Ma è molto probabile che la poesia invece voglia tenerci su un altro terreno, meno solido, più faticoso e rischioso.

Basterebbe questa osservazione: se una poesia potesse essere raccontata in prosa, che senso avrebbe scriverla in poesia.

Jean-Luc Nancy dice che una poesia non la si commenta, ma la si recita, e poi aggiunge: «Se, in qualche modo, abbiamo accesso a una soglia di senso, ciò avviene poeticamente.»

Una poesia non la si spiega.

 

L’esordio, dal Libro delle immagini di Rainer M. Rilke (trad. Giacomo Cacciapaglia)

 

Chiunque tu sia: esci la sera

dalla tua stanza ove sai ogni cosa;

ultima prima della lontananza è la tua casa:

chiunque tu sia.

Con i tuoi occhi stanchi che a fatica

si staccano dalla soglia consunta,

sollevi lentamente un albero nero

e lo metti davanti al cielo: snello, solo.

E hai fatto il mondo. E il mondo è grande

e come una parola che matura ancora nel silenzio.

E appena la tua volontà ne intende il senso,

dolcemente lo lasciano i tuoi occhi.

 

Posso prestare attenzione alla soglia (consunta), alla casa dove so ogni cosa, alla lontananza e agli ultimi due versi che comprendo essere di importanza capitale. Ma non è questa cosa o quella. È come tutto viene detto, le pause, quegli a capo che sospendono in aria un senso, il mio respiro che la abita mentre la dico.

Il suo risuonare dentro di me che fa di me un corpo che suona. Il suono, per l’appunto.

Una poesia non si può spiegare perché il suo senso resta tra quelle pieghe che la poesia stessa non consente di dispiegare al di fuori di sé, pena la perdita del suo poetico.