Laura Maria Gabrielleschi, Di padre in padre, La Vita Felice, 2016

Concordo con Roberto Pazzi quando afferma, nella sua prefazione, che il tema principale di questo libro (ma forse anche dell’intera poetica di Laura) sia quello del Tempo. Aggiungerei del tempo che non passa, ma che resta impigliato nel presente in forma di ricordo. Di padre in padre, tuttavia, non è soltanto una discesa nel tempo alla ricerca della figura paterna:

 

Ore e mesi e anni

occhi che cercano occhi

battiti costruiti a forza.

A stringere nulla.

È l’idea di te che manca

trent’anni di silenzi sono tanti

i passi giovanili finiti

la paura, la delusione,

la ferita aperta

cambiare una vita con un’altra vita.

 

e non è neppure solo un percorrere il tempo individuando i vari transfert del padre, amati o semplicemente frequentati:

 

Cercare fra le stanze

un volto una piega

la forza di aprire

la finestra.

 

Seguire un altro corpo

la curva dei fianchi

la mano che toglierà la veste,

e io la tua custode

di casa in casa

come una mendicante.

 

Molto probabilmente questo libro tratta del tempo, parla del padre, si appoggia a una ricerca, ma la sua sostanza gravita attorno alla tematica più  dolorosa, più complicata da elaborare, che è quella dell’abbandono:

 

Non un libro

di lettere d’amore

contro ogni ragione

ti spedirò uno spazio vuoto

per ripagarti del male.