La trama nascosta, pref. a Lucia Boni, “Custode di dune”, Campanotto 2018

Questo libro è scritto per chi ama la lettura e ciò che in essa si nasconde, non certo per chi segue la trama. Tant’è che a Lucia, già dalle prime pagine, tocca il dover ammettere di vedersi «costretta a non poter soddisfare chi esige una trama ordinata». Non che la trama sia assente, ma in qualche modo si potrebbe dire irrilevante, o per lo meno sacrificata ad altra esigenza nata dall’urgenza di una scrittura in cerca di sé nel mentre si svolge. Come se alla base di tutto ci fosse un’idea, un’intuizione, oppure anche un sentimento, insomma qualcosa di talmente sentito da pretendere di essere raccontato e, tuttavia, per sua struttura, per sua sostanza tende a debordare dalla forma racconto. E debordando rivela in filigrana una trama nascosta.
Qualcosa che passa di testimonianza in testimonianza, da un racconto orale a un altro, e di cui tutti giurerebbero l’esistenza, addirittura la presenza in quello stesso istante in cui se ne parla, eppure nessuno saprebbe dire con precisione ed esattezza cosa è. Neppure Lucia lo sa dire. Più si avvicina e più pare allontanarsene perché, a conti fatti, ciò che deve dire è l’indicibile, quel qualcosa che per altri versi già aveva stregato Eraclito: «La trama nascosta è più forte di quella manifesta».
Ed è proprio questa ricerca dell’indicibile, a mio avviso, la chiave di lettura del Custode di dune, perché qui la scrittura è fortemente metatestuale, cioè rimanda continuamente a sé stessa girando attorno a un pensiero che cerca il proprio corpo nel racconto, e non può appoggiarsi alla scrittura saggistica poiché occorrerebbe solidità logica. Per queste cose va bene un corpo più duttile, il sostegno della fantasia, la libertà dell’anarchia, il coinvolgimento della partecipazione emotiva. Un sentire che non patisce l’ostacolo del non saper dire o l’obbligo della dimostrazione, e pertanto “indica”.
Così è che la prima parola che troviamo in questo testo è l’unico avverbio presentativo sopravvissuto nella nostra lingua:
Ecco.
Lo troviamo così, a occupare in solitudine un’intera riga, poi un punto e un accapo che suggerisce una pausa, o una sospensione per dare il tempo al lettore di comprendere cosa deve guardare. È un avverbio che chiama attenzione, e l’attenzione è adesso, ora, dal presente in cui si scrive a quello in cui si legge, paradossalmente contemporanei. Quindi quel “ecco” indica la presenza e la contemporaneità di qualcosa, in qualsiasi tempo noi siamo.
Ciò a cui dovremmo prestare attenzione è una presenza, ci viene raccontato, che non è umana, eppure pensa, sente, desidera, ed è in stretta connessione con la terra, l’acqua, l’aria. Si manifesta come una luminescenza (dunque il quarto elemento, il fuoco, con caratteristiche che avrebbero fatto rizzare le orecchie all’islamista Henri Corbin) al punto di meritarsi l’appellativo di Esblanco, dal momento in cui i testimoni dicono che «è tutto bianco quel che si vede». Bianco, non chiaro.
Nel racconto si pensa anche che l’Esblanco non abbia esistenza, eppure la sua esistenza pian piano si rivela essere nel racconto stesso, un racconto che chiede al lettore di uscire dalla chiarezza della parola per percepirne, sentirne, la luminescenza. Ne è conferma quando Lucia giudica inadatto l’uso descrittivo della parola, che non può raggiungere l’intima essenza dell’Esblanco, per suggerirne invece l’uso evocativo, e viene da pensare a Maria Zambrano quando scrisse: «è proprio ciò che non si può dire che bisogna scrivere».
Il tema di questo racconto-non racconto sta nel suggerimento di andare dentro le parole ma oltre le parole. E quando Lucia ci dice che l’Esblanco manifesta «ogni suo gesto al buio, con una vibrazione che pare un suono», pare rifarsi a quella dimensione del sentire che suggella, come scrive Antonio Prete, il «patto tra suono e senso che scambia i riverberi dell’uno con quello dell’altro, le irradiazioni dell’uno con quelle dell’altro, secondo una modalità del dono più che della complicità».
In fondo questo libro è una sfida al lettore: che provi anche lui a cercare quella trama nascosta che Lucia segue, ma che cambia di bocca in bocca.

L’immagine è di Gianni Cestari