“La faretra di Zenone”, Corbo, 2008

La faretra di Zenone nacque con 70 quartine scritte di getto, come fossero impressioni, colpi d’occhio, rapide sensazioni. Fu dopo che, ad una ad una, le ripresi continuandone in prosa la stesura. Le arricchii con 20 straordinarie immagini che Riccardo Biavati pensò per loro, e fu impaginato con buona cura da Corbo editore nel 2008.
Fu un libro a suo modo fortunato, tant’è che in commercio non se ne trova neppure una copia. Mi portò alcuni incontri straordinari, per esempio quello con Maria Grazia Comunale, lettrice di rara sensibilità con la quale improvvisando duettai in un reading ad Anghiari, lei leggendo le quartine, io a seguire con le prose. Fu collaborazione, e amicizia, che ancora continua nelle occasioni che riusciamo a darci. Quando legge le mie poesie sento quelle tonalità femminili che io non posseggo, ma soprattutto la sostanza sonora di parole che in lei acquistano corpo, carne, sangue, vibrazioni e pulsazioni. Ascoltandola imparo punti di vista e ampiezze che non conosco, percorsi di senso e di emozioni nei miei versi che prima non sapevo.
Ogni sua lettura è un percorso interpretativo, in un certo senso ermeneutico, che la sua totale dedizione al testo scalda con sé stessa, con la sua esperienza di vita, con la sua totale disponibilità all’ascolto.
In fondo è il lettore che qualsiasi autore vorrebbe avere, quello cioè che gli restituisce le parole arricchite da un’alterità che, pur nel rispetto del testo, il testo lo ricrea.

Quando il vento inonda l’aria
cielo e terra cantano
abbracciati nella distanza
che li unisce nel darsi voce

raccontandosi l’ampiezza dell’orizzonte, la sua inevitabile presenza, e l’incapacità di coglierne il senso. Sarà per questo, allora, che è di notte che si sogna: quando le linee sfumano in distanze inesatte, e i confini si sfarinano nei corpi che li vogliono varcare, mentre infine i suoni raggiungono le lontananze del silenzio. È per questo dunque che è all’alba che il mondo si ridisegna, dopo aver ritrovato in disordine le cose confuse per eccesso di tempo, e sbandate per carenza di cura.