La cosa che si può perdere. Riflessioni sull’ammissibilità della poesia in Giorgio Caproni

Res amissa è un’opera incompiuta, e perciò in un certo senso “sospesa”, che a ben guardare mette in gioco se stessa perché Res amissa è per l’appunto una “cosa che si può perdere”, e infatti la si è persa perdendo il suo autore, e con esso la volontà che l’ha messa in moto senza riuscire a portarla a compimento: si sa quanta importanza dava Giorgio Caproni alla confezione della sua poesia, alla gestione del verso come partitura musicale. Tuttavia, se la raccolta postuma (1) non è una consegna del suo autore, è comunque l’atto critico ed ermeneutico più ragionevole che un curatore possa avanzare, e pertanto quella possibilità di esistenza che ha preso corpo da una lettura tra le più sapienti e preparate.
Qui prenderemo in esame, per la sua pregnanza e il senso pluriforme che possiede, soltanto la poesia che di Res amissa porta il titolo, e non tutta la raccolta né tantomeno l’intero corpus poetico di Caproni.
Lasciamoci aiutare dagli apparati, (2) e mettiamo in fila le testimonianze che lo stesso Caproni ha disseminato tra i suoi appunti, nelle sue lettere, nelle sue dichiarazioni, cercando un pertugio per entrare nel tema davvero complicato – e per certi versi irrisolvibile – di questa poesia.

Nell’aprile del 1986, Garzanti pubblica Il conte di Kevenhüller, al quale Res amissa si collega direttamente per dichiarazione del suo stesso autore. Nel novembre di quello stesso anno Caproni si reca in Germania con la figlia Silvana, e in un albergo di Colonia ha luogo l’episodio che darà spunto alla poesia, e che verrà inviata nella sua forma definitiva il 2 gennaio 1987 a Gianni D’Elia per la pubblicazione su “Lengua” (ne aveva già inviate tre: il 4, il 13 e il 16 dicembre 1986). In calce alla stesura del 4 dicembre, Caproni accenna che la poesia farà parte di una raccolta che forse avrà titolo di Le dissimulazioni, ma già al secondo invio annuncia che sarà il tema del nuovo libro. Affinché invece Caproni dichiari l’intenzione che ne divenga addirittura il titolo, bisognerà aspettare l’intervista rilasciata a Domenico Astengo nel febbraio del 1989. (3)
L’episodio di Colonia è raccontato in pochi versi di un manoscritto (non datato), che rappresenta una bozza della poesia:

La giov[ane]inserviente
che, disperatamente
rimasto rinchiuso,
di notte seppe recarmi il dono
della libertà
                     Oscurità

Nella prima versione (anche questa non datata), un appunto a margine dice: “Tutti (senza ricordare chi) | riceviamo un dono prezioso | e lo riponiamo così gelosamente | da non ricordare più dove, e perfino | di qual dono si tratti | Res amissa Il contrario del Conte | Centro La perdita”.
In un’altra nota, specificando che il tema del Conte di Kevenhüller è la Bestia, scrive “La Bestia è il Male. La res amissa(la cosa perduta) è il Bene”. E si inizia già a delineare cosa sia questa “res amissa”: un dono, il Bene, un centro, la libertà. Si tratta comunque di una cosa nascosta così bene da essere una perdita.
Nel fatto occasionale (l’episodio di Colonia) si dispiega un apparato di possibilità di senso così vasto, da implicare l’inaccessibilità al senso della poesia stessa.

Nella sua introduzione alla raccolta postuma, (4) Giorgio Agamben segue una via che lo stesso Caproni indica in un foglietto citando la definizione del Palazzi: “Palazzi Amissibile (dal latino amittere) che si può perdere: grazia amissibile”. In questo senso, secondo Agamben, Caproni opera una sorta di “pelagianesimo spinto all’estremo”, vale a dire una terza via tra la posizione di Pelagio (per il quale non è necessario l’intervento della grazia divina per redimere il peccato, poiché l’uomo ha già ottenuto la grazia della creazione, e pertanto ha libertà di scelta tra Bene e Male), e quella di Agostino (che vede in questa inseparabilità della natura umana dalla Grazia l’inammissibilità stessa della Grazia, a favore invece della sua ammissibilità, cioè la possibilità della sua perdita con il peccato). Essendo una terza possibilità, Caproni perciò vedrebbe nell’inammissibilità della Grazia – vale a dire nella sua inerenza profonda con la natura umana – la sua ammissibilità, vale a dire la possibilità della perdita della Grazia.

Sul finire della sua prefazione a Res amissa, Agamben, attraverso una riflessione congegnata attorno allo stile poetico di Caproni, arriva a identificare questa res amissa con la poesia stessa: “Poiché ora la poesia stessa è divenuta, per il vecchio poeta, la res amissa in cui è impossibile distinguere fra natura e grazia, […] essa ha raggiunto ormai una regione per sempre al di là del proprio e dell’improprio, della salvezza e della rovina. […] Come un animale che abbia subito una mutazione che lo porta al di fuori dei limiti della specie, senza che sia possibile assegnarlo ad alcun altro phylon, […] la poesia, a un tempo irriconoscibile e troppo familiare, si è fatta ora per noi definitivamente res amissa.” (5)
Viene rotto insomma quel “legame musaico” di cui parlava Dante nel Convivio a proposito della traduzione, e a cui Caproni fa spesso ricorso, citandolo a memoria al pari del codice fiscale, come lui stesso riferisce nell’intervista ad Astengo. Gli ultimi versi della sua produzione poetica, e in particolare quelli di Res amissa, risultano franti, in parte anche sincopati, interrotti da trattini e parentesi, separati da spazi bianchi e puntini (di “canto spezzato” parla Agamben); e con questa disarmonia – con questo respiro affannato, ansioso – sembra voler negare al lettore la piacevolezza della lettura, o per lo meno a imporgli un ritmo rigido, per nulla naturale. Sembra cioè voler enfatizzare il dissolversi della poesia nel passare dalla voce dell’autore all’orecchio del lettore, e in quello spazio di senso tra l’uno e l’altro, in quell’interstizio in cui ha luogo una relazione, mostrarne per l’appunto l’“ammissibilità”.

Sull’onda di questa suggestione, ovvero della poesia come res amissa, ricalchiamo il ragionamento prima fatto con la Grazia sostituendola adesso con la Poesia; operazione impropria, se ne conviene, ma tutto sommato in linea con una concezione che intenda la Poesia come dono (Grazia, o stato di grazia).
Nell’ottica pelagiana la poesia sarebbe già insita nell’uomo, apparterrebbe alla sua stessa natura, e quindi seguirla o non seguirla è una scelta; condizione inoltre che porterebbe a ritenere che non si può poetare se non della propria vita, in quanto la poesia è a essa intrinseca. Nell’ottica agostiniana, invece, proprio questo ritenere la poesia indivisibile dalla natura umana significherebbe non renderne possibile la perdita, e perciò la renderebbe inammissibile al contrario di quella ammissibilità che invece apre alla possibilità di perderla. Differente è la posizione di Caproni: l’ammissibilità della poesia sarebbe possibile proprio grazie alla sua inammissibilità. Non a caso Res amissa inizia così:

 Non ne trovo traccia
 
……
 
Venne da me apposta
(di questo sono certo)
per farmene dono.
 
……
 
Non ne trovo più traccia.

E se noi, come Agamben, inseriamo questo punto di vista all’interno della diatriba “fra coloro che affermano l’importanza della poesia solo a patto di confonderla con la vita, e coloro per i quali il suo importare è, invece, funzione esclusiva del suo isolamento da quella”,(6) allora ancora una volta la posizione di Caproni è terza a queste due.
È nell’intervista rilasciata a Domenico Astengo che troviamo documentazione di questo pensiero: “Nulla nasce, in poesia, se non da un’esperienza personalmente (e in profondo) vissuta e sofferta. […] La figura del poeta […] è una figura puramente mentale, che poco ha a che vedere con la sua persona o figura fisica. E tutta e soltanto nella sua scrittura. O meglio: è tutta e soltanto la sua scrittura. La quale però non potrebbe in nessun modo aver luogo, se sotto non ci fosse, a determinarla, quell’esperienza che ho detto.”
Tant’è che, poco sotto e commentando la poesia Generalizzando, Caproni tornando sul concetto di Bene perduto, puntualizza: “Un bene del tutto lasciato ad libitum del lettore, magari identificabile, per un credente, con la Grazia, visto che esiste una «Grazia ammissibile». Con la Grazia o con chissà che altra Cosa del genere (Non è comunque, quest’ultimo, il caso mio, credo).”
Dunque, la res amissa può essere la Grazia se il “lettore” ne decide l’evenienza, ma non è quello che ha in mente Caproni. Per il poeta questo concetto resta aperto. E’ quello che deve essere: un’assenza, percepita in quanto tale poiché è stata una presenza. Anzi, un dono. Lo dice espressamente in Generalizzando, poesia che lui stesso definisce didascalica: “Tutti riceviamo un dono. / Poi, non ricordiamo più /né da chi né che sia. /Soltanto, ne conserviamo / – pungente e senza dono – / la spina della nostalgia.” E ha ragione quando ad Astengo che gli chiede cosa sia questa “spina della nostalgia”, risponde che “è la nostalgia stessa per la ragione chiaramente espressa, mi sembra, dall’intera poesiola.” Questa assenza – che generando una nostalgia implica una precedente presenza – viene espressa pure dalla poesia che porta il titolo di Res amissa, dove compare in parte enigmatico il racconto del fatto accadutogli in Germania, e la cameriera diventa una Morgana alla quale chiede ragguagli sul dono di cui non trova traccia, e questa:

                       Schiude
– remota – l’albeggiante bocca,
ma non parla.
 
                    (Non può
– niente può – dar risposta)
 
  ……
  ……
 
  Non spero più di trovarla.
 
  ……
 
  L’ho troppo gelosamente
(irrecuperabilmente) riposta.

La perdita è per sempre, la disillusione è totale, al punto che non solo si è perso il dono, ma anche il sapere cosa sia questo dono, e anche se lo ritrovasse non basterebbe poiché “ogni ritrovamento / – sempre – è una perdita”, scrive nell’Ignaro.
La lezione è quella imparata dal Caproni traduttore, che riporta la stessa difficoltà (impossibilità) della poesia di venir traslata da una lingua all’altra anche nello spazio che separa l’autore dal suo lettore. E allora, così come si spezza quel legame musaiconella traduzione, così lo si spezza anche nell’interpretazione (che tutto sommato è lo strumento della traduzione), al punto che, per eccesso, si potrebbe anche dire che la Poesia è così ben riposta nella poesia che è cosa che si può perdere.

Note
1.    Giorgio Caproni, Res amissa, a cura di G. Agamben, Garzanti, Milano 1991; poi in G. Caproni, Tutte le poesie, Milano, Garzanti, 1999, e a questa edizione da ora in poi faremo riferimento.
2.    In questa breve nota ci si basa prevalentemente sull’edizione critica dell’opera poetica di Caproni (Giorgio Caproni, L’opera in versi, Mondadori, Milano 1998, a cura di Luca Zuliani, introd. di Pier Vincenzo Mengaldo, Cronologia e Bibliografia a cura di Adele Dei).
3.    Una straziata allegria, intervista a Giorgio Caproni di Domenico Astengo, “Corriere del Ticino”, 11 febbraio 1989.
4.    Giorgio Agamben, Disappropriata maniera, in G. Caproni, op. cit. 1999, pp. 1024-25.
5.    Ivi, pp. 1026-27.
6.    Ivi, p. 1019.

 

Pubblicato in Omaggio a Giorgio Caproni, a cura di P. Garofalo e C. Demi, Il Foglio, 2013.