Kathleen Jamie, “La casa sull’albero. Poesie scelte”, Ladolfi, 2016

È una poesia del quotidiano quella di Kathleen Jamie, e vale almeno per quelle contenute nell’antologia curata e tradotta da Giorgia Sensi, La casa sull’albero, Ladolfi. Una poesia delle piccole cose, delle consuetudini che si meritano uno sguardo differente per essere nuovamente sorprendenti. Una poesia domestica, si direbbe, eppure pungente poiché punta il dito, quasi di nascosto, su ciò che l’abitudine non è in grado di farci vedere del nostro mondo. Come se il poetico appartenesse a tutte le cose, se solo lo si volesse vedere, se solo ci si prendesse il tempo necessario per l’attenzione.

 

Lo sprazzo

 

Ogni metà febbraio

arrivano quei primi giorni

quando il sole sorge

finalmente più alto

della Black Hill. La luce

e una brezza pazza

vengono dalla stessa direzione –

le zolle rivoltate brillano, i rami

più alti degli alberi si piegano

tremanti col vento.

Irrompe, questa vispa coppia,

dal lontano sud

ovest e benché ci bruci

gli occhi avvezzi all’inverno

guarda, gridiamo, eccola.

 

Ecco, è lo stupore che rinnova il mondo e a tessere i versi della Jamie, e nella sua poesia trovare costantemente rinnovato, anche nella abitudinaria quotidianità, l’incanto della prima volta. Come in questa poesia, dove ignoriamo a chi appartenga la giacca verde, dove non comprendiamo a pieno cosa sia accaduto al suo possessore, ma di certo ci facciamo cogliere dal crescere di un senso di liberazione, o di emancipazione che raggiunge l’apice davanti a un fosso da saltare, e lo si salta.

 

Incantesimo

 

Quando mi accorsi di averti perduto –

non eri accanto a me, né davanti,

né a destra né a sinistra

la tua giacca verde non si muoveva

 

in nessun punto tra gli alberi –

attesi a lungo

prima di procedere. Non un solo

scricciolo saltellava nel sottobosco,

 

non un rametto scrocchiava.

[…] Cercai

 

di chiamarti, o credo

di averlo fatto, ma il tuo nome

mi si appassì sulla lingua,

così invece proseguii

 

per i benefici effetti del bosco,

e puntuale presi a chiedermi

se non avevo semplicemente

inventato tutto. Te,

 

voglio dire, tutto il resto,

la mia vita intera. In ogni modo,

niente poteva toccarmi ora

tranne i miei ospiti, che si mostravano

 

come diffusa luce dorata,

come ragnetti

a frugarmi i capelli…

Che gratitudine provai allora –

 

potrei scomparire per una vita,

forse sette anni!

e una joie de vivre così repentina

che quando un fosso mi si spalancò

 

davanti all’improvviso

lo saltai, leggera come una ragazzina –

sì, lo saltai di netto,

senza pure pensarci su.

 

Anche una vecchia barca, ormai inservibile e ormeggiata distante da quel mare per il quale è stata costruita, diventa metafora della vecchiaia, dalla quale tuttavia Jamie prende spunto per dipingere un paesaggio di straordinaria gentilezza, e in questa gentilezza appoggiare un visione della vita che alla nostalgia toglie la spina dei rimpianti.

 

La revisione (The Overhaul)

 

Guarda – è la Lively,

tirata in secca sulla battigia

su un carrello con due

gomme sgonfie. Cosa –

 

più di 4 metri? A fasciame

sovrapposto e legata a poppa

a una pila di blocchi di granito,

ma con la prua

 

che ancora punta a ovest

giù nella piccola baia,

giù verso l’oceano,

dove tutto quanto succede.

 

Lontano dalla costa

passa una strada, per i poderi

sparpagliati sul pendio

dove svolazza il bucato,

 

e si ferma lo scuolabus

e circa una volta la settimana

la biblioteca ambulante;

ma guarda questa

 

chiglia di un verde uovo d’anatra

tutta corrosa dal sale,

e l’asta di prua, più alta

– come una stella del cinema –

 

di quanto la immagini,

slanciata per tenere il mare

se si alza un’onda

e tutti si spaventano…

 

No, non dev’essere facile,

quando l’unico spruzzo che lambisce

le tue fiancate tutta l’estate

è quello in odore di fiori di camomilla;

 

quando piccole onde si accavallano

a meno di un tiro di schioppo

col tuo buon nome

scritto su ognuna –

 

ma suvvia, Lively,

succede alla tua età,

È un gioco fatto di attesa,

e pazienza, pazienza.

 

Immagine di Joseph Hoflehner