Joseph von Eichendorff, “Notte di luna” (1837), in “Poesie scelte”, Crocetti, 2002

Ci sono alcuni rarissimi momenti di grazia suprema in cui siamo tutt’uno con ciò che ci circonda. Non sappiamo se siamo noi a generare questa grazia, o se sia il paesaggio a farlo, e in fondo non importa perché, in quel preciso momento, il tutto si fonde nell’uno. È anche probabile che nel mentre lo viviamo, pur avendone un’intensa consapevolezza, non riusciamo a districarlo come se pensiero e percezione si annullassero l’uno nell’altra, e non restasse nient’altro che un luminosissimo perdersi, dove lo smarrirsi paradossalmente comporta un trovarsi.

Poi qualcuno, per esempio Joseph von Eichendorff (1788-1857), di quel momento ne fa una poesia, e allora quel momento s’incarna nella realtà.

 

 

Notte di luna 

 

Era come se il cielo avesse
baciato silenzioso la terra,
e questa in uno scintillio di fiori
dovesse ora sognarlo.

La brezza spirava sui campi,
miti ondeggiavano le spighe,
i boschi stormivano lievi,
tanto chiara di stelle era la notte.

E la mia anima distese
larghe le ali,
volando per silenti terre,
come se volasse verso casa.

 

(trad. Anna Chiarloni)

 

L’immagine: Marc Chagall, Le cinque candele, part.