José Ángel Valente, Picasso – Guernica – Picasso: 1973

Ho ritrovato le mie stesse sensazioni provate di fronte a Guernica di Picasso leggendo Picasso – Guernica – Picasso: 1973 dello spagnolo José Ángel Valente (1929-2000), assieme alla certezza che l’opera del pittore, più di qualsiasi altra, metta in risalto ciò che significa “guerra”. Lo fa attraverso il colore più neutro che esista: il grigio. Un colore che non urla, che non strepita e neppure piange. Un colore che all’apparenza pare non poter dire grandi cose.
Un colore che pare avere come unica funzione quella di accompagnare il bianco verso il nero e il nero verso il bianco, o di far apparire il nero meno nero e il bianco meno bianco. Più che un colore sembra essere una sfumatura. Qualcosa che media, che non ha toni accesi né picchi. Un colore dentro al quale non succede niente, o che fa in modo che non succeda niente. Eppure Picasso con quel colore ha fatto un monumento contro la guerra. Lo guardi, ti ci perdi. Dentro di te non si muovono emozioni gridate, poiché il grido è soffocato dallo stupore incredulo che ti fa soltanto silenziosamente pensare: ma è mai possibile?

 

Picasso – Guernica – Picasso: 1973
 
Non è il sole, ma l’improvvisa fioca lampadina
a illuminare l’artificiale materia della morte.
 
Lo spazio infinito di un’unica agonia,
le repentine forme rotte
in mille pezzi di vita violenta
sopra la superficie livida del grigio.
 
Non è il sole, ma la pallida
luce elettrica del freddo
orrore a generare
il grigio coagulato di Guernica.
 
Nessuno potrà tendere sopra un tale sogno
il manto della notte,
zittire un tale grido,
spegnere questa lampada
che dà alla luce
lo schianto della morte senza fine,
la stanza interiore dove non può
riposare né morire nel grigio di Guernica
la memoria.

[trad. Pietro Taravacci, che ha curato Per isole remote. Poesie 1953 – 2000, Metauro, Pesaro 2008]