James Laughlin, Una lunga notte di sogni (Poesie 1945-1997), Guanda, 2012

Non so se quella dell’americano James Laughlin (1914-1997, fondatore della prestigiosissima case editrice New Directions) sia poesia. Dovrei definire cos’è poesia, e io non so farlo. Nessuno lo può, neppure i costruttori di “canoni” che, se lo sapessero, non costruirebbero per l’appunto i “canoni”. È che nella poesia mi aspetto il ritmo, quell’andare cadenzato della voce e del respiro, che contiene più senso di quanto una successione di parole contengano.

Eppure il verso di Laughlin ha una sua metrica, per quanto meccanica e non determinata da una musicalità interiore. Sceglieva per il suo verso un numero di battute, e poi quel numero di battute continuava a mantenerlo (più o meno) fino all’ultimo verso della poesia. A costo di spezzare le parole. Come in questa, dedicata a Leopardi, che riporto nella versione originale e a seguire la traduzione di Massimo Baccigalupo:

 

We Met in a Dream

 

some forty years ago there on your

ermo colle in the hills behind Rec-

 

anati with its hedgerow cutting off

the view of the horizon you unstruct-

 

ed me in morality and we talked of the

great dead of Plotinus and Copernicus

 

and of many another then came a third

who sought to join us and welcomed

 

him readily for the spoke of love and

of desire and of a man who became  a

 

city much we conserved together in

dreams through many nights but in

 

end we tought only of the no-

thingness of the infinite nothing-

 

ness parlando del naufragar in questo

mare of sweet drowning under the great

 

falls of the river of drowning in the

love that is beyond all earthly love.

 
Ci incontrammo in un sogno

 

circa quarant’anni fa là sul tuo

ermo colle sui contrafforti dietro

 

Recanati con la sua siepe che esclude

la vista dell’orizzonte mi istru-

 

isti in morale e parlammo dei

grandi morti Plottino e Copernico

 

e altri ancora poi venne un terzo che

voleva unirsi a noi lo accogliemmo

 

prontamente poiché parlava di amore e

desiderio e di un uomo chi divenne una

 

città molto conversammo insieme in

sogno nel corso di molte notti ma alla

 

fine pensammo solo al nulla

l’infinito nulla parlando del

 

naufragar in questo mare del dolce

affondare sotto le grandi cascate

 

 del fiume del naufragare nell’a-

 more oltre ogni terrestre amore.
Leggendola, la sua poesia assume un andamento frammentato e non legato a nessuna musicalità. Il ché cozza contro il determinismo forzato e meccanico del numero di battute. Per tanto ho provato a leggerlo come se scrivesse in prosa, e cioè di seguito senza andare a capo. Sicuramente funziona ma tutto perde quel qualcosa (che non so dire), e che forse è il “poetico”.

Insomma, la sua contraddizione, il paradosso insito nel suo verso ha una misura che ben si allinea al suo dire ironico:

 

L’importanza di leggere

 

Nel Martirio dell’apostolo

Matteo di Jan de Beer il

 

sant’uomo sta ancora leggendo il

suo libro mentre l’ascia gli

 

cala sul collo (è un vero Har-

old Bloom) notabili riccamente

 

vestito guardano l’evento

con totale indifferenza.

Non so se quella di Laughlin sia poesia, ma mi diverte, ed evidentemente divertiva anche lui:

Sarebbe sciocco sperare che

qualche mio verso resti in

circolazione. Devo apprezzarli per

il divertimento che mi danno a

scriverli. Solo questo, nient’altro.