Ivan V. Lalić, Nota sulla poetica

Non credo di aver mai letto una poesia che sia una dichiarazione di poetica così esplicita fin dal titolo, come quella scritta da Ivan V. Lalić (1931-1996), dove l’argomentazione riesce a essere intensa, puntuale e precisa senza nulla togliere al linguaggio poetico.

La scrittura appare quasi didascalica nella sua asciutta descrizione, come fosse una ricetta, un promemoria. Eppure fedele al nucleo concettuale rappresentato dal primo e dagli ultimi due versi della prima strofa. Il resto è messa in pratica di questi precetti che rendono la poesia stessa in qualche modo non immediata.

 

Serbare l’inespresso, come il midollo.

Apprendere dal pomo: terra, calce e pioggia

lavoran solo per il frutto, e trovano espressione

in questa palla imperfetta, e tuttavia natura

che non si assomma con la pera.

Esercitare l’arte di rinuncia.

Calpestare la traccia.

 

Stare innanzi allo specchio, privo di timore

dell’immagine riflessa: essa rende l’espressione,

imperfetta, di uno sforzo tenace

di vestire di carne l’astrazione,

in un buon conduttore di dolore.

 

Eppure, senza scrupoli,

dire pane al pane e vino al vino

ed alla donna amata: io ti amo.

 

(trad. Eros Sequi, in Ivan V. Lalić, Poesie, a cura di A. V. Stefanović, Jaca Book, 1991)

L’ultima strofa poi è un capolavoro: se estrapolassimo questi versi dal loro contesto rischierebbero addirittura la retorica, tanto apparirebbero scontati. Ma appunto non è in sé che va presa una parte della poesia, altrimenti sarebbe un aforisma: dopo averci preparato all’enigma, al mistero del dire poetico, alla “rinuncia” dell’esplicito, al confondere la “traccia”, Lalić chiude con una strofa che elogia la schiettezza, la sincerità e, in qualche modo, la semplicità. Contraddizione? O forse era proprio ciò che vedeva Rilke nella pittura di Cézanne.