Iosif Brodskij, San Pietro

Ogni volta che leggo la poesia San Pietro, mi viene da chiedermi dove fosse seduto Iosif Brodskij quando la scrisse o incamerò le sensazioni e le idee per scriverla, in un tempo impreciso che va da mezzogiorno all’imbrunire di una giornata di nebbia veneziana. Sono versi meditanti, malinconici e scanzonati, che si strascicano sulla pagina con la stessa apparente indolenza con cui il poeta portava avanti la sua vita, e tuttavia gettando sulla vita sguardi arguti, e una luce che sfiora con dita esperte i punti dolenti del vivere. Ogni immagine richiamata dalle parole, gli oggetti, le persone, l’atmosfera, tutto diventa significante. Anche ciò che sembra semplice contorno, sfondo, dice qualcosa o contestualizza uno stato d’animo rendendolo espressione di un pensiero. L’inizio è folgorante nella sua essenzialità, e il punto di vista assunto ha già trasformato tutto il materiale intorno in poesia.

 

Tre settimane, e la nebbia non scivola via

dal campanile bianco della cittadina bruna,

perduta in fondo a un angolo sordo e muto

dell’Adriatico del Nord. L’elettricità

arde ancora a mezzogiorno nella taverna.

Le pietre del selciato si tingono di giallo

pesce fritto. Stordite automobili scompaiono

dalla vista senza mettersi in moto.

Si legge solo a metà l’insegna. E già

terracotta e ocra non s’imbevono d’umidità,

l’umidità s’imbeve d’ocra e terracotta.

 

È tutto un susseguirsi di silenzi, di nebbie, di forme che lentamente plasmano il sentire del lettore, con accenni ironici e a tratti surreali, eppure sempre con tenera attenzione verso una realtà totalmente in balìa del tempo che s’impasta con il vento, che non c’è e proprio in questa sua assenza fa sentire forte la sua presenza.

 

[…] Finisci per gettare lo sguardo senza volere

oltre la spalla su te stesso, come un passante,

cercando di osservare le caviglie

di una bella che gli ha frusciato accanto,

ma nulla vedi, solo fiocchi di nebbia. Silenzio,

non c’è vento. Perso è l’orientamento. Dietro l’angolo

i lampioni si spengono come puntini bianchi

d’interpunzione, più in là c’è soltanto

la linea della banchina. E l’odore delle alghe.

Non c’è vento […]

 

Finché tutto converge in una conclusione, malinconica, sulla vita avvolta da questa nebbia, circondata dalle acque, immersa nell’assenza di vento, nel tempo e forse nell’assenza di senso… che ha un suo senso.

 

Ripulito, stirato il lenzuolo del golfo

freme con i suoi volants; l’aria incolore

si condensa un istante in piccione, in gabbiano,

ma si dissolve subito. Fuori dall’acqua,

barche, barconi, chiatte, gondole somigliano

a scarpe scompagnate, gettate sulla sabbia,

che scricchia sotto la suola. Ricorda:

in sostanza, ogni movimento è

spostamento del peso del corpo in altro luogo.

Ricorda che il passato non può iscriversi

senza residui nel ricordo, e che il futuro

gli è necessario. Ricordati bene:

l’acqua, soltanto l’acqua, sempre e ovunque

resta fedele a sé stessa, insensibile

ad ogni metamorfosi, liscia, distesa

là dove non è più terraferma. E tutto il pathos

della vita, l’inizio, il mezzo, il calendario

che si sfoglia, la fine, eccetera, svanisce

in spume lievi, eterne, senza tinte.

 

Il fil di ferro duro, morto del vigneto

freme della sua stessa tensione. E gli alberi

nel parco nero in niente si distinguono

dal muro, simile all’uomo che nulla ha più

da confessare, e nessuno a cui farlo.

Imbrunisce. Silenzio, non c’è vento.

Scricchiolio di conchiglie, fruscio di canne

schiacciate, marce. Un barattolo preso a calci

vola in alto e ricade fuori dalla vista.

Neppure dopo un minuto si distingue il suono

della caduta sulla sabbia umida.

Né tantomeno il tuffo.

(trad. Giovanni Buttafava)

 

Bisognerà tornare a San Pietro in Castello a Venezia, con gli occhi di questa poesia.

L’immagine: Bill Viola, Five Angels for the Millenium