Il levriero di Derek Walcott

“Pare” che alla base de Il levriero di Tiepolo, grandissimo poema di Derek Walcott (1930-2017) e secondo soltanto al suo Omeros, ci sia un errore a dir poco madornale, sul quale il poeta caraibico gioca con dissimulata innocenza sia all’interno del libro stesso, sia in alcune interviste, poiché il levriero di cui parla non è mai stato dipinto dal Tiepolo, bensì (forse) dal Veronese in La cena in casa di Levi.

Se si pensa che Walcott fu anche pittore e raffinato conoscitore della pittura italiana, un po’ viene da dubitare che la grossolanità della svista sia autentica.

Intanto bisognerebbe partire dalla poetica stessa del caraibico, legata a doppio nodo con la storia della sua terra, e conseguentemente con la sua natura di meticcio (Sono solo un negro rosso che ama il mare; / ho avuto una buona istruzione coloniale; / ho dell’olandese, del negro e dell’inglese in me, / e o sono nessuno, o sono una nazione), che lo fa essere né bianco né nero (Non avevo più nazione se non l’immaginazione. / Dopo l’uomo bianco, i negri non m’hanno voluto / quando il potere è girato nelle loro mani. / Il primo m’ha incatenato i polsi e s’è scusato, “La Storia”; / per l’orgoglio degli altri non ero nero abbastanza). Da cui consegue una particolare questione linguistica: come le due lingue che conosco – una così ricca /  nelle sue sottigliezze imperiali, nella sua eco del privilegio, / l’altra come le parole arancioni di un pendio dissecato, tanto che altrove dichiarerà che scrive in inglese, ma legge in caraibico.

Necessità lo vuole esule, profugo, o semplicemente “migrante” (tornerò su questo in un altro *) a New York, così come Pissarro – nato guarda caso giusto un secolo prima di Walcott – dalle Antille migrò a Parigi. E Pissarro, anche lui meticcio, è il più appariscente protagonista de Il levriero di Tiepolo nel quale il poeta vede sicuramente una sorta di alter ego, per cui leggere questo poema anche come una lunga dichiarazione di poetica non è vano.

Ma veniamo al levriero. La cena in casa di Levi procurò al Veronese un processo davanti al Tribunale della Santa Inquisizione, dal quale ne uscì con l’ordine di eseguire qualche modifica al quadro e con il cambiamento del titolo, che originariamente doveva essere una Ultima cena. Mantenne tuttavia il levriero al centro del quadro, laddove il priore del convento di San Giovanni avrebbe preferito la Maddalena, adducendo a una questione di equilibrio formale.

Ma Tiepolo cosa c’entra?

Il quadro l’ha visto al MoMA, e ne racconta così l’esperienza: Poi colsi quella vampa di rosa sulla coscia del levriero / … / così precisa è la forza della sua luce che quasi / mi si fermò il cuore; a quel punto Tutto sfuma. Anche il pittore. Tant’è che il levriero che si è depositato nel suo ricordo non è né di Tiepolo né del Veronese, d’un tratto gli viene il dubbio che tutto quel che avevo scritto sul levriero fosse falso./Avevo perseguito una melodia dell’errore,/ … / l’immagine che avevo amato era senza senso,/ la mia memoria aveva confuso i loro affreschi/ e mi diceva che mai avevo colto la differenza/ tra il dono del Veronese e quello del Tiepolo./ Ma non cambio idea, non recedo, continuo/ a seguire l’evasivo levriero oltre la mia paura/ che non sia mai esistito...

E a questo punto, per cercare di capire cosa si nasconde dietro il levriero (non di Tiepolo, e forse neppure del Veronese, certamente di Walcott), potrebbe bastare questo frammento tradotto dall’ottimo Andrea Molesini:

 

E un giorno, all’ombra delle acacie sulla spiaggia,
scorsi nella luce di mezzodì la parodia del levriero

di Tiepolo che non esigeva ricerca e lì, a suo agio
sull’erba sbiancata dal sale, non era ancora stato dipinto.

Avevo già visto levrieri sgranchirsi al guinzaglio,
le membra tese sugli arazzi della primavera;

ma ora avevo trovato, nell’azzurro della spiaggia,
questa cosa barcollante, abbandonata, senza casa.

E lei pianse, mossa a pietà. Non era
un cagnolino coccolato nella cuccia di raso,

né il bastardino di Goya che ti scruta
da una crepa dell’abisso infernale del Prado,

ma un cane scosso dal terrore,
insicuro di tutto, anche della sua ombra.

La pancia gonfia tremava per il bruciore
della fame; lei lo prese in braccio con un gemito;

questa era l’eredità del bastardino, non l’affresco grandioso,
ma disprezzo, abbandono, e forse abbastanza

speranza e amore da aiutarlo a vivere
come tutta la sua specie, e carità, e affetto;

l’abbiamo portato al villaggio perché sopravvivesse
come sopravvissero i miei antenati. Ecco il levriero.