Il guardante e il guardato, 2015

Angelo Andreotti: “Il guardante e il guardato”, Booksalad, 2015

“Il guardante e il guardato è un libro che ci consente di seguire un doppio movimento: il sopraggiungere della cecità esteriore e l’avvento di uno sguardo interiore. […] In questo libro – articolato in diciannove narrazioni – siamo invitati a intraprendere un cammino che si manifesta attraverso lo smarrimento. Ciascuno di noi sarà destinato a fare i conti con il matrimonio del cielo con la terra: bene e angoscia al tempo stesso. Insieme, familiarità ed estraneità. Insomma, lo stare a casa propria con disagio. […] Frase dopo frase, Il guardante e il guardato, porta in primo piano domande pressanti sull’atto del guardare. Che cosa vuol dire guardare? Chi guarda? E soprattutto chi crede di guardare il guardante?.”

Dall’introduzione di Flavio Ermini.

Lui la vede, lei si lascia vedere, e il guardante e il guardato si uniscono, non si distinguono perché il punto è la visione, e nella visione non c’è soggetto e oggetto, c’è l’evento.
Adesso, a occhi chiusi, lui non capisce. Si smarrisce nel tragitto tra chi vede e chi è visto.
Deve allontanarla. Deve. Deve riprendersi lo sguardo.
Così la vede con gli occhi del sogno. La vede lì a fianco, a occhi chiusi. Più reale, o più che reale. E in questa realtà cerca un posto anche per sé.
Lo trova?
Però è lei che vede, in mezzo alla notte che sfarfalla il suo immobile scorrere verso il giorno, ancora da venire, lontano, però annunciato, sempre annunciato perché la notte sia notte. E perché la notte sia notte neppure mai raggiunto.
E allora la guarda, la notte. E per guardarla apre gli occhi. E nella notte ne cerca il viso, scosta il buio per alloggiarne la presenza.
Lo trova.
Titubante lo raccoglie con lo sguardo, lo ammanta come la luna con la notte. Vi dimora.
Dimora che accoglie l’indugio insonne del suo sguardo, ne accudisce ignara e indulgente la meta; dimora che attende il dono del risveglio. Ma svegliarla non deve, quantunque voglia, e lo desideri.
Se lo facesse, ferirebbe il silenzio di quel volto che pare offrirsi ai suoi pensieri per farsi dire.
Forma che attende la luce per avere ombra, ed essere volto. Descriverlo, questo volto, che mostrandosi chiede di essere pronunciato, detto, raccontato.
Lo direbbe se solo potesse mettere a tacere la notte, questo suo inesorabile confondersi con lei, questo ruminare i suoi stessi pensieri, le sue stesse fantasie, le sue stesse inconfessate confidenze.

Di fronte a lui ha la tela e poco più in là, appena discosto, c’è lo specchio, e tela e specchio sono di tre quarti rispetto alla finestra, cosicché quell’ultimo sole della giornata possa entrare, e sfiorare senza colpire. Sfiorire colori nella stanza, sulle cose, attenuare presenze e assenze, il confine, la distinzione.
Ancora luce per poco tempo, dieci minuti, forse venti, poi dovrà fermarsi, e rinviare la conclusione del suo autoritratto a domani, se ne avrà ancora voglia. Se anche domani quei colori sulla tela a sua immagine e somiglianza avranno ancora un senso.
Intanto cerca di sfumare col pennello un’ombra sulla tempia, per poi accorgersi che quell’ombra non c’è più nell’immagine riflessa dallo specchio.
Ciò che resta non è reale. Pensa.
E allora si guarda, con maggior attenzione. Si guarda allo specchio mentre ha ancora il pennello sulla tela.
Lo trova insostenibile quello sguardo, quel suo sguardo.
Trova vertiginoso vedere ed essere visto nello stesso gesto, con la stessa azione. In un certo senso anche indecente.
È indecente.
È come guardarsi con gli occhi prestati a un altro. Oppure guardare un altro che ci assomiglia.
Vergogna. Non di qualcosa di preciso. Vergogna e basta. Abisso. Timore. Ma un po’ più in qua, restando a sfiorare appena l’immagine senza sprofondarci dentro, senza stordirsi in quei rimbalzi di sguardi, anche compiacimento, inutile soddisfazione.
Ci vorrebbe lo sguardo di lei per ancorare il suo proprio sguardo. Pensa.
Se fossi un altro…
Guardarsi come un altro, fino al punto di crederci. Guardarsi come un altro che si guarda, oppure che lo guarda. È uno scarto, anche minimo e forse pure insignificante, ma lui sa bene che è in quello spazio infinitesimale, in quel rapido flettersi della mente che sta la differenza tra sanità e malattia, e in mezzo la poesia.

Il tempo di rispondere non ce l’ha, perché lei è già tornata fuori.
Ha raccolto i capelli dietro in una crocchia. Il viso è più illuminato, le belle guance raffrescano lo sguardo che sembra più ampio.
Il maestrale di colpo si è fermato. Lei gira gli occhi alla sua destra e allarmata si dirige verso le rose. Il vento le ha piegate. Parla. Dice qualcosa che lui non ha il tempo di ascoltare, è preso da altro, è preso dalla realtà che pare superarlo.
Lei si accuccia, afferra il bastoncino che le teneva dritte e che si è divelto. Lo ripianta. Riprende anche la corda e cerca di raddrizzare quelle rose.
Lui la guarda. Poi dice il suo nome, ma non è proprio un pronunciare un nome, è un chiamare, e nel momento in cui la chiama, il tono diventa quello di un’invocazione. E non è più un attirare l’attenzione, un modo qualsiasi per riprendere il discorso, è invece uno svuotare il respiro dentro un nome che è quel volto, quel corpo.
Lo intendono entrambi, così lui la osserva accucciata di schiena, adesso ferma, quasi bloccata, a non armeggiare più con rose bastone corda.
Lui guarda quei capelli raccolti in una crocchia appuntata alla bene e meglio. È incantato dal collo, lungo e candido, sottile e nervoso, e vorrebbe ora accarezzare quella sottile peluria che annuncia l’attaccatura della chioma sulla nuca. E osserva anche l’attaccatura delle piccole orecchie addobbate da minuscoli pendagli. E pensa che così non è giusto, che sembra il collo di una bimba pronto per una carezza, o il collo dell’amante pronto per l’amore.
Si alza.
È alzato.
Va verso di lei, ma è a un passo che si ferma

Ma il giorno per il momento tarda, e il sapore della notte a lui resta tra le labbra. E gli resta anche negli occhi quello sguardo, limpido e incantato, delicata ossessione con la quale ora vede la campagna, il cielo, l’orizzonte su cui posa il suo tempo, per una volta fermo, immobile, forse esausto per così tanta compiutezza.
I colori dell’autunno avanzano man mano che il giorno dimentica la notte, ma il ricordo è trattenuto quantunque fievole negli ocra e nei gialli che lentamente dominano quel poco che rimane dei verdi. Saranno i rossi a incedere, e i bruni a cospargere di sé la terra e ciò che da essa emerge, oppure ciò che da essa insorge su di un cielo che strappa i suoi colori al sereno muoversi del vento.
Ogni inizio è dono, e ogni dono è gratuito; ogni dono è una scelta, dice.
Ogni dono è per poco, ma non è vero.

C’è una casa in fondo, e il sentiero che lui percorre, nella direzione che lui ha preso, porta proprio là. La casa ancora non la vede, però la sa. E c’è una luce, come una lanterna, e quella luce è di quella casa. Lo sa.
Lo sa perché era così quando è partito. La casa, con la sua luce di notte, accesa dal tramonto alla mattina, a indicare che qui, ecco, proprio qui, vedi, c’è casa. Deve essere così anche adesso che ritorna, o vi passa.
L’aria è umida, fredda. Sarà altra galaverna domattina. Per intanto vela lo sguardo. Ma lo sguardo non serve a chi conosce la strada.
Lui, questa strada, la conosce. Non sempre la stessa strada porta alla stessa meta. Non sempre le mete hanno pazienza.
Del resto, tutte le strade si assomigliano. Portano sempre a una casa. A volte a quella giusta, altre a quella sbagliata, e tuttavia per saperlo occorre camminare lungo la strada.
Si ferma ancora. Lo zaino sulle spalle pesa. Ne afferra le cinghie e lo solleva dalle spalle. Poi se lo toglie e lo adagia in terra. Il fiato appena sotto il suo sguardo si condensa e quindi svanisce nell’aria.
Questo zaino è impolverato di troppa storia. Di viaggi senza ritorni e senza rimpianti. Di posti trovati come si trova una moneta lungo la strada, e lasciati come si lascia una scatola vuota.
Di persone appena incontrate e già perdute.
La foschia è rada. Si muove veloce nella notte come nuvola bassa. Intorbida le sagome di quei pochi ossuti alberi, ma anche i cespugli impietriti sulla riva del fosso, e poi quell’oscurità appannata e iridescente, intorbida insomma lo sguardo intero, e infine anche quella luce che ora sembra vedersi là in fondo, e pare agitarsi, tremolare e forse anche ondeggiare.
Luce tremula, o indecisa. Bisognerà saperlo.
Lui si accuccia a fianco del suo zaino. Scruta la notte ormai matura. Ascolta il silenzio, e nel silenzio attende un suono, uno qualsiasi, il segno di un muoversi, o forse una ragione per restare, non andare, rimandare. E invece nulla.
Nulla che sovrasti il ronzio della sua emozione, l’appesantirsi del suo respiro per una certa apprensione, per una certa sollecitudine del suo tempo.
Il tempo della vita vale tutto, anche se quello che ti dà un senso si racimola in una manciata di secondi, neppure vissuti di seguito.