Guy Goffette, Elogio per una cucina di provincia, Kolibris, 2013

Ci sono poeti così (e per me i più importanti), che anche se non sai coglierli con la ragione, e magari trovi strano  ciò che dicono e la sintassi anche un po’ estroversa, tu comunque ti senti preso dentro al loro mondo. Comprendi senza poterlo spiegare né a te né tantomeno agli altri ciò che desideravano comunicare. Il belga Guy Goffette appartiene a questa categoria e Fabiano Alborghetti ha ragione, nella prefazione a Elogio per una cucina di provincia,  a scrivere che la sua poesia “non si commenta: la si respira”.

Non è così, per esempio, in quella che segue e intitolata La visita di Rembrandt? Non è l’atmosfera e l’aria totalmente densa della pittura del grandissimo pittore quella che si “respira”?

 

La notte ha rubato

alla cucina l’unico lume

prigioniero nel vetro

l’uomo che tace

in piedi nella turba delle parole

Brucia a fuoco lentissimo

la guaina oscura del silenzio

(come queste colline sotto la cenere

riattizzando l’alba col muso)

e per la prima volta può darsi

il suo viso d’ombra sia tutta la luce

e parli soltanto per lui

 

O per questo ritratto di una tenerezza immensa, in grado di riassumere un ultimo tratto di vita?

 

Queste poche parole adatte alle cose di sempre

queste infinite domande dei bimbi nel giorno

questi silenzi più lunghi ora che si approssima la sera

come il sole che attraversa sui pattini

la stanza deserta, tutto questo si perde

tra le doghe del parquet, i passi, le rughe

ha finito per tessere la tela inaccessibile

che avvolge ogni gesto della coppia attempata

le dona quest’aria assente delle statue

che prendono il fresco nel cortile del museo

– e nessuno ne vede le ombre confondersi

scavalcare il muro alto del tempo

ma soltanto la scala ai piedi della notte

la scala senza montanti né sbarre

di una vita piccola giunta al suo finire.

 

O per questo rimpianto, quasi accarezzato con dita sapienti? Dove stare sotto il moggio (che è un tacere la verità o la virtù) diventa quasi un pergolato notturno…

 

Accade che alle donne sotto il moggio

il vento d’autunno porti i nomi confusi

dei figli che mai hanno avuto,

che si gonfino a un tratto

gli abiti e ogni scomparto vuoto

dell’armadio delle foto

chiuso a doppia mandata.

Intanto lo specchio le sorprende

con il pettine sempre alla mano senza sapere

da che parte prende questa capigliatura

per sciogliere senza dolore

la notte dal suo cordame.

 

Davvero come potresti commentare poesie così, se non lasciandoti prendere, ascoltando questo svelamento parlato sottovoce, gustando persino il suono di un respiro che si riempie per svuotarsi nel verso successivo, e riempirne l’aria?

 

[tutte le poesie trascritte sono tradotte da Chiara DeLuca]