Giuseppe Ferrara, “Il peso e la grazia” (96, rue de-La-Fontaine, 2018)

Già il titolo, Il peso e la grazia, meriterebbe ampie e insolubili considerazioni, del tutto allergiche a qualsiasi sintesi. Certo in poesia – con i suoi percorsi tesi (quando è buona) a ordire trame destinate a nascondersi nel suo stesso tessuto per lasciare spazio a quelle dei lettori – le considerazioni e le argomentazioni contano il giusto, cioè poco o non abbastanza.

E tuttavia, a costo di rasentare l’ovvietà, si può dire che il peso è condizione imprescindibile della grazia, ma la grazia non è assolutamente condizione del peso. La grazia è uno stato effimero (e in ciò assomiglia alla felicità) che elude il peso, lo “solleva” temporaneamente dalla forza gravitazionale che non cancella, semplicemente la sospende. Così pare intenderla anche Giuseppe Ferrara nella poesia che dà il titolo alla raccolta:

 

Il peso e la grazia
 
Che è stato di quell’istante
da dito tremante sul grilletto
contro la donna che reggendo il mondo
metteva il primo figlio a letto?
 
Quale grazia dissuase l’uomo al gesto,
allontanando il peso dalla mano
e l’indice dalla falce di una lunetta grigia?
 
Quante vie di fuga ha un secondo
per diventare ora, proprio ora.

 

Gli ultimi due versi sono enigmatici, ma sciogliere la poesia spesso è sbagliato, oltre che sempre incompleto. Piuttosto conviene lasciare che il flusso sonoro imprima di sé il senso che siamo pronti ad accogliere.
Possiamo però chiederci se quel “ora”, ripetuto due volte nello stesso verso, ha lo stesso significato, visto che l’ultimo si lega strettamente a quel “proprio” che sembra esclusivo, e forse anche definitivo, mentre il primo ci porta istintivamente con il suo legame a “secondo” a pensare all’unità di tempo, subito contraddetto dal “proprio ora”, che non ex-tende ma in-tende quel “secondo” di cui ci si chiede quante vie di fuga abbia. E in questa domanda s’incunea un ulteriore enigma (giustamente lasciato aperto) che ci interroga su cosa trasforma un peso in grazia.

Qua e là, nel libro, spuntano poesie dove la natura è protagonista, e assieme a questa anche la preoccupazione per il suo stato di salute. Quindi, con uno sguardo accorto a ciò che accade al “mondo”, ci ricorda che la grazia è anche poesia, e vive di natura come soggetto o strumento poetico, come paesaggio da scoprire o vasto bagaglio di metafore per riscoprire.  E se colpo dopo colpo andiamo distruggendola, cosa ne sarà della poesia? Come a dire che quando il peso è eccessivo non c’è più grazia che tenga.

 

Beat and re-beat
 
Ce l’avevano già detto
puntando il dito attraverso
il fungo ce l’avevano mostrato
appunto:
il destino non è una linea
che incrocia l’orizzonte,
è fumo, caos perfetto di detriti
sentieri di spazio e tempo
interrotti ordinatamente.
A che serve dunque la poesia?
Cosa possono ancora dire i poeti?
Se l’antico stagno si prosciuga
la rana non si potrà tuffare.
Sia commiserata la generazione
che ascolta i suoi governanti smentire
che lascia i suoi bambini soli
all’angolo della strada
a riprendersi col cellulare
in un gioco senza fine.

 

Una caratteristica di Giuseppe è quella di mettersi sul limite tra le scienze dure (che, lasciato il positivismo, diventano sempre meno dure) e scienze umane (che dovrebbero vincere il complesso di inferiorità e lasciar perdere il sostantivo “scienze”) e confondere bellamente i limiti, anzi, ignorandoli con divertito candore. Da qui l’innata, ma còlta, capacità di Giuseppe di connettere cose e mondi apparentemente diversi, e comunque resi distanti dalla claustrofobia tassonomica dell’età moderna, fa sì che da poeta prenda un principio della meccanica come quello della tolleranza e lo trasformi in un atto d’amore e d’incanto. Come a dire che nell’imperfezione sta la perfezione, o in ciò che si crede insignificante sta il significato.

 

Principio di tolleranza

È una lieve tolleranza
che insiste lungo il gambo
della rosa tra le spine
o tra le labbra mie
che sfiorano le tue:
per questa indulgenza lieve
ogni cosa funziona e tiene.
Tutto sarebbe immoto, senza:
pervicace resistenza
di parole e chiavi,
attrito tenace di algebre
e ingranaggi; scintille
utili ad innescare nulla.
È questo spazio dato
tra due stelle, tra una nota
una parola (questa) e un’altra,
un’altra nota, il vuoto
tra un nucleo ed una nuvola
a dare alla bellezza
la sua funzione.
Un intermezzo assente tra le
parti, muto tra i nostri sguardi
 
e il mondo che si muta
in perfezione.

 

Le poesie contenute in Il peso e la grazia rendono giustizia alla complessità del titolo, nel senso che davvero la poesia si fa grazia o stato di grazia, leva per sollevare il peso del vivere che a volte è dolore o timore. E ciò senza percorrere la facile (e purtroppo diffusa) via della confessionalità, oppure senza sminuirsi in edulcorati ammaliamenti nel segno della spensieratezza e del banale, insomma, della poesia scritta con un occhio al marketing.
Per esempio in questa poesia di tenerezza e intima riconoscenza (parola ormai desueta) Giuseppe Ferrara scarta l’ovvio e cattura l’essenza. Mantiene il peso e ne fa una grazia.

 

Prestito
 
Se della tua bocca non so che le tue labbra
e dei tuoi seni solo le primavere
come potrei affermare che da te ho avuto
più della grazia lieve di orme sulla neve
 
Nella memoria porto lo sguardo, l’intrigo
che mi toccò di trasparenza d’ambra
forse questo è tutto ciò che avanza
tra le teorie, i corollari, la collera dei morti
miliardi di post-it, mille indirizzi e-mail
e i centoquarantaquattro caratteri di twitter
 
Lo sguardo che mi guarda ancora fisso
che lento m’avvolge come profumo sale
da ampolla appena schiusa, dal ciuffo
di rosmarino che fa da segnalibro
non è l’inutile menzogna di “t’amerò per sempre”
che dire solo per sempre in fondo è già mentire:
no. È un prestito insperato da restituire ora

 

L’immagine è di Sebastião Salgado, da Un incerto Stato di Grazia, Contrasto 2015, part.